Un processo vero e tragico del 1428 dietro la pièce sulla "strega" Matteuccia
di Elio Clero Bertoldi
Molti degli spettatori che hanno seguito sulla piazza di Todi il lavoro teatrale su "La strega Matteuccia" possono aver pensato di assistere ad un lavoro teatrale inventato, di fantasia. Invece l'opera altro non e' che la rielaborazione di un processo vero e tragico, celebrato il 20 marzo 1428, sotto il papato di Martino V, il cui originale e' custodito nell'Archivio Comunale di Todi.
Il processo, che apre uno squarcio estremamente significativo e interessante della società umbra (testimoni e personaggi citati vengono non solo da Todi e dalla sua diocesi, ma anche da Perugia, Orvieto, Citta' della Pieve, Corciano, Panicale, Mercatello, Andria di Magione, Montefalco, addirittura Cortona), fu riportato alla luce nella originale stesura in latino medioevale e volgare dalla dottoressa Candida Peruzzi (1955), anche se in italiano era stato già tradotto, nel 1952-53, dal dottor Carlo Grondona. L'avvocato Domenico Mammoli, cultore del diritto antico, pubblico', per esteso, la sentenza su "La Rassegna Giuridica Umbra" (nel 1968) e l'anno dopo diede alle stampe un lavoro molto curato (il processo originale con testo italiano a fronte, arricchito da un indice dei nomi di persona, di luogo e delle locuzioni e dei particolari più notevoli), con seconda edizione nel 1983.
Dalle carte processuali emerge la figura di Matteuccia di Francesco, del Castello di Ripabianca di Deruta, una fattucchiera-guaritrice nota e ricercata in tutta la regione. Persino da nobili, castellani e soldati di ventura tra i quali uno degli ufficiali di Braccio Fortebraccio (che era stato anche Signore di Todi), il gran condottiero morto quattro anni prima del procedimento a carico di Matteuccia, combattendo - puntava a farsi nominare re di Napoli - sotto le mura de L'Aquila.
Il fascicolo del processo, che si compone di 24 fogli, porta impresso sulla copertina esterna lo stemma del capitano e conservatore della pace di Todi, il romano Lorenzo de Surdis, che fu il giudice della "strega" e che aveva al suo fianco "l'egregio" dottore in legge Tommaso di Castiglione Retino e il consigliere Pietro de Riccardinis, anche lui romano. Presente sulle carte anche il sigillo del notaio, con funzioni di cancelliere, Novello Scuderji da Vassano. I capi di imputazione contestati a Matteuccia (rappresentata schematicamente sul primo foglio con i capelli scarmigliati) furono trenta: dal confezionamento di fatture, di unguenti, di filtri amorosi (tutti ritrovati che le maghe propinano ancora oggi ai creduloni) alle pozioni per rinvigorire i maschi dell'epoca (il Viagra di quei tempi sarebbe stato prodotto, da Matteuccia, con un miscuglio di un uovo ed "equisetum arvense" o erba cavallina) fino all'omicidio di bambini di pochi mesi ai quali sarebbe stato succhiato il sangue o ai viaggi volanti, a cavallo di un capro fino alla noce di Benevento, dove per voce comune a quei tempi si consumavano i sabba diabolici con "Lucifero maggiore". Dagli atti Matteuccia - descritta come "donna di cattive abitudini di vita e di malaffare, pubblica incantatrice, fattucchiera, autrice di sortilegi, strega" - risulta rea confessa, ma chissà con quali metodi le sara' stata estorta la confessione. De Surdis, muove le contestazioni, con l'allitterazione "mala malis addendo" (cioè aggiungendo male ai mali già commessi), degna di una incalzante requisitoria. Agli atti vengono riportati, in lingua volgare, anche i sortilegi pronunciati dall'accusata per invocare fantasmi e spiriti diabolici e vien dato atto che i testimoni riconoscono la validità e gli effetti delle "fatture", delle pozioni e degli intrugli contenenti, per lo più, ingredienti che definire schifosi sarebbe eufemistico.
Alla fine del dibattimento, tenutosi "al banco del giudice dei malefici" (nel palazzo del capitano che, viene specificato, si trovava nella regione di Santa Prassede e parrocchia di San Lorenzo), il capitano De Surdis condanno' Matteuccia al rogo. La povera donna venne affidata al soldato, il comandante degli sbirri, ser Giovanni di ser Antonio di Pavia che la condusse sulla pira - la poveretta con le mani legate dietro le spalle e con in testa una mutria, fu posta a cavallo di un asino - e che esegui' l'atroce verdetto. Risulta che testimoni dell'esecuzione furono ser Polidoro, ser Latino di ser Corradino, ser Gaspare di ser Giovanni, ser Andrea di Lorenzo, Costanzo di Mannuccio, oltre a Matteuccio, trombettiere.
Così Matteuccia, di cui non viene riportata l'eta' e la condizione, mori' bruciata, vittima di invidie di comari o di piu' sottili e squallidi giochi di potere. Perché anche allora, come oggi, a rimetterci le penne sono sempre, o quasi, i deboli, i poveri, gli indifesi.




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