Femminicidio: Decreto del Fare securitario e meramente repressivo
Un paio di giorni fa, su tutte le testate giornalistiche campeggiava la polemica tra la presidente della Camera Boldrini e i deputati grillini in merito alla convocazione della seduta parlamentare per incardinare e dare l’avvio all’esame del decreto sul femminicidio. Perfino sulla stampa locale abbiamo assistito al confronto fra le parlamentari umbre (M5S, SC e PD) che, in pieno contrasto con le posizioni prese dai rispettivi partiti a livello nazionale, davano conto della propria presenza o assenza adducendo ora l’alto significato civile del tema, ora il mero valore simbolico della pura e semplice formalità. Non volendo intervenire sull’opportunità/necessità di una tale convocazione (in realtà penso che la Boldrini avesse ragione e che i grillini abbiano sfoderato il solito leitmotiv degli sprechi della politica per mascherare un’evidente inadempienza dei propri parlamentari) mi soffermerei a fare qualche breve considerazione in ordine alla forma e al contenuto del decreto che il parlamento si troverà a discutere entro breve.
Le novità salienti: inasprimento delle pene quando i maltrattamenti avvengono in presenza di minorenni, quando la violenza sessuale è esercitata su una donna in stato di gravidanza e quando è perpetrata da persona legata alla vittima, attribuzione delle aggravanti per lo stalking telematico e per quello esercitato dal coniuge, irrevocabilità della querela e arresto obbligatorio per atti persecutori, più altri norme riguardanti i maltrattamenti in famiglia, patrocinio gratuito anche in deroga ai limiti di reddito, permessi di soggiorno per vittime straniere di violenza domestica, e così via.
Innanzitutto, è utile osservare come all’interno del decreto, in coda alle disposizioni relative al femminicidio e alla violenza di genere, siano state inserite delle norme che si riferiscono alla sicurezza e alla maggiore flessibilità nell’utilizzo della forze armate per il controllo del territorio. Nello stesso pacchetto, dunque, la lotta alla violenza di genere e la repressione delle contestazioni di popolo, in modo che la rilevanza e la forza simbolica dell’una faccia passare inosservato il carattere intimidatorio dell’altra.
In secondo luogo, è da notare come tutto l’impianto della norma ruoti intorno alla repressione dei fenomeni di violenza (tout court) per garantire la sicurezza pubblica (in generale), privando implicitamente il femminicidio e la violenza sulle donne dell’assoluta specificità che li distinguono dagli altri fenomeni violenti e conferendo al decreto un’impronta decisamente securitaria e meramente repressiva. In realtà, la Convenzione di Istanbul, ratificata dal parlamento italiano giusto un paio di mesi fa, ha delineato un quadro giuridico completo per proteggere le donne contro qualsiasi forma di violenza e ha imperniato la sua ratio sulla prevenzione della violenza domestica, sulla protezione delle vittime e solo in ultima istanza sulla persecuzione dei trasgressori. Per la prevenzione del fenomeno, per la formazione degli educatori, per l’educazione al genere, all’affettività e alla sessualità solo qualche accenno e molte chiacchiere di rito, con piani d’azione di là da venire, ancora tutti da elaborare.
L’ansia del “fare” prevale sull’analisi politica profonda dei fatti e fa inciampare in facili atteggiamenti populistici, superficiali e demagogici.
È sconcertante come il Partito democratico abbia abbracciato con tanta convinzione l’ottica securitaria tipica della destra. Come è successo al “nostrano” Parlavecchio, che si è spericolato in un’ipotesi di creazione di un centro di identificazione ed espulsione nella provincia di Perugia, senza lasciare che il dubbio penetrasse per un attimo nella sua mente e lo facesse riflettere sull’impatto che questa soluzione avrebbe in termini di violazione dei diritti umani e di costi per cittadini italiani (identificati e non espellibili). Insomma, l’ennesima sconfitta della Politica.
Patrizia Proietti – Comitato Regionale PRC




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