Considerazioni in margine alla morte di Laura Prati

 

Laura Prati. Al di là della umana pietà da mostrare in casi di delitti atroci come questo, e della vicinanza ai familiari della povera vittima, vale la pena interrogarsi sulle reazioni che questi 'normali omicidi cittadini' suscitano da tempo nella popolazione.

Il Natale 2009 della nebbiosa provincia Modenese venne scosso da un evento riportato anche dalle cronache nazionali: un sacerdote, molto conosciuto in paese e titolare di diverse parrocchie, uccise nottetempo il padrone della casa nella quale era ospite con un oggetto contundente, avventandosi poi sulla consorte della vittima con la medesima furia. La donna venne salvata dall’intervento del figlio il quale, svegliato dalla colluttazione, fermò fisicamente il sacerdote colpendolo e riuscendo a chiamare le forze dell’ordine dopo averlo atterrato. L’incredulità e lo sgomento che hanno attraversato i paesi del circondario sono stati pari alla veemenza con la quale i gangli vitali del tessuto sociale sino a quel momento dormienti ( i media, i cittadini, le associazioni, gli amici di sempre ) si sono attivati alla ricerca di una qualsivoglia patologia mentale che potesse giustificare l’assassinio, tentando così di attribuirlo ad un momento di sospensione della capacità di intendere e di volere del reo. Sui giornali sono stati da più parti usati termini quali ‘semi-infermità mentale’,‘stato dissociativo temporaneo’, invocati quasi come entità trascendenti e rassicuranti. Non c’era mercatino, bar o stazione nella quale non si dissertasse sulle evidenti turbe mentali del parroco, da tutti frequentato nelle diverse occasioni rituali del paese, e sul quale chiunque pareva aver scorto, col senno di poi, i segnali inequivocabili della follia sfociata in omicidio. ‘Io lo avevo capito che non stava bene..’ , ‘quando veniva a benedire, era strano’ , ‘ e quella sera che camminava da solo sul ponte…?’. Questi erano i refrain che risuonavano nelle improvvisate discussioni cliniche alle quali tutti prendevano parte. Si è auspicato che gli esperti incaricati dal tribunale accertassero un passaggio all’atto di origine psicotica, vale a dire un'azione violenta e subitanea, indirizzata ad un presunto persecutore identificato, in un atmosfera paranoica, in base a flebili indizi i quali, in uno stato delirante, fanno segno inequivocabile di persecuzione. Ma la competente perizia portata a termine da fior di clinici, ha dato alla città la risposta più indigesta: il sacerdote è stato ritenuto capace di intendere e di volere. Nessuna turba mentale a giustificazione del suo gesto. Le entità diagnostiche tanto invocate non si sono materializzate.

Giovedì 2 febbraio 1933, nella città di Le Mans, la polizia municipale forza la porta del signor Lancelin. Al primo piano giacciono la moglie e la figlia, assassinate. Al secondo piano vi sono le due domestiche modello, Christine e Lea Papin, le quali ammettono di aver commesso il delitto, senza difficoltà. Il tutto a causa di un banale incidente: un guasto al ferro da stiro. Infieriscono sui corpi con coltelli e cavano gli occhi dalle orbite delle vittime. Christine, anni dopo, divisa dalla sorella, cadrà preda di crisi violentissime e forti allucinazioni, cercando a sua volta di strapparsi gli occhi.

Subitaneità, assenza apparente di un motivo, ferocia, rigore, delirio. Ecco quegli elementi di follia richiesti a gran voce dai concittadini, che la perizia ha loro negato.

Cosa voleva dunque l’opinione pubblica? La richiesta insistente della ‘garanzia di follia’ è mossa dalle angosce dell'uomo contemporaneo, cresciuto nel mito dell'eterna giovinezza garantita dall'avvento della chimica, in un mercato che spaccia la morte, le malattie e la vecchiaia come eventi procrastinabili sine die. Ciò che può uccidere, oggi, è controllabile. Con le analisi del colesterolo, con la mappatura genetica, con gli screening di massa. Lo sono le polveri sottili, gli uragani, le onde elettromagnetiche, ma non la mano dell’uomo. Si è chiesto vanamente alla psicologia e alla psichiatria di convalidare il tranquillizzante senso comune che vuole il kakon (la violenza, l’omicidio ) quasi sempre delocalizzato nell’altro (il diverso che in quel momento si trova ad occupare la transitoria posizione del 'barbaro' inteso alla greca). Ma se la violenza omicida proviene da un nostro simile, deve per forza essere viziata da una ‘patologia’ che ha reso folle un uomo sino a quel momento ‘normale’, facendola così rientrare nell’alveo delle variabili sulle quali è possibile esercitare un controllo, umano o chimico. Uccidere senza un ‘vizio’ di mente non può appartenere al senso comune senza spaventare. Si deve individuare una torsione dell'animo, una turba della psiche. Insomma, qualcosa che ci permetta di non scorgere nell’omicida quella normalità che fa parte di noi. L’esito del collegio peritale ha inferto un colpo mortale a questo tentativo, costringendo la comunità a fare i conti con un’inaccettabile ed inelaborabile realtà: ci si uccide tra simili, in modo abbastanza naturale e non prevedibile. Per denaro, per invidia. L’inquadramento ‘normale-anormale’ è una strada piuttosto sdrucciolevole e lunga, sulla quale ci avventuriamo nel tentativo di porre dei paletti che ci possano rassicurare. Mancando i quali, accade quello che J. Little ha mirabilmente descritto ne ‘Le Benevole’: "Non c’è altra ragione plausibile che non sia la volontà di ammazzare". Dunque, nulla tiene. Siamo tutti esposti, tutti vulnerabili. Tutti possiamo uscire di casa e non ritornare perché la natura beluina del nostro simile ci ha teso un agguato sulla via del ritorno.

Pochi mesi dopo, in una cittadina della provincia di Modena, Novi, HB, 54 anni, aveva promesso N. (20 anni, all’epoca dei fatti) come sposa a un suo connazionale. SB, la moglie, ha pagato con la vita l’aver difeso la scelta della figlia che si opponeva a questo matrimonio.

S. B. è stata uccisa con sei colpi di mattone dal marito nell’orto di casa, mentre N. è sopravvissuta alle sprangate inflitte dal fratello di 19 anni . Gli abitanti del luogo sono rimasti alquanto scossi da quell’evento accaduto a pochi metri dalle loro case, ma nessuno si è levato in piedi a chiedere la semi infermità mentale di padre e figlio. Erano descritti, nei medesimi tribunali improvvisati che peroravano la causa della ‘momentanea follia’ del parroco, come assassini, lucidi e consapevoli. Colpevoli soprattutto di abitare piccoli universi blindati e non integrati, nuclei irriducibili coperti da serrature a doppia mandata. Locali e migranti, mondi confinanti ma invisibili l’uno all’altro, all’interno della stessa polis. Per loro, nessuna pietà o giustificazione clinica. Criminale la loro religione, bestiali i loro usi e costumi, killers senza alcuna tara mentale. La ferocia mostrata da H.B non è dissimile da quella messa in atto dal curato concittadino. Ma nessun luogo comune di follia o sospensione momentanea della capacità di intendere e di volere è stato frequentato questa volta. Nessuno degli ‘esperti’ o dei vari opinionisti ha voluto prendere in considerazione l’ipotesi psicopatologica citando, ad esempio, le parole degli operatori del centro Dévereux, in Francia: ‘"I soggetti piú a rischio di patologie psichiche, di scoppi di violenza, ma anche di derive integraliste o fondamentaliste, sono soprattutto coloro che hanno perso il controllo dei propri attachements: persone su cui la migrazione, o forse una qualche altra esperienza anteriore, ha costituito un trauma che non ha permesso loro di mantenere attivo qualche aspetto della propria identità. Spesso isolati, rimasti soli, tagliati via dai loro legami culturali, chiedono di essere ricomposti e sfociano nella patologia".

Nel caso di HB l’identità era legata ad un’immagine da mantenere non riferita alla comunità di Novi, bensì alla famiglia di origine, quindi un laccio ben più solido e complesso, come testimoniato dalla deposizioni che indicano in una sorta di ‘direttiva’ familiare, proveniente dal Pakistan, il comando ultimativo a uccidere. Un’immagine di uomo padrone che non poteva essere scalfita agli occhi del mondo originario. Una circostanza simile la troviamo ne ‘Il Padrino’ quando Frank Pentangeli con la sua testimonianza sta per accusare la famiglia dei Corleone nel processo che lo vede coimputato. La presenza di un parente siciliano in aula, appositamente fatto venire dall’Italia, si dimostra così forte dal farlo recedere dai suoi intenti accusatori, preferendo la via del suicidio a quella del ‘disonore’ rispetto ai familiari d’oltreoceano. Dunque l’Altro in nome del quale è stato commesso quest’omicidio è quello natio. Una sottomissione totale, acritica, incondizionata, consapevole delle conseguenze umane e penali della cieca furia omicida.

Dunque, scelta lucida o scompenso? La città non ha avuto dubbi nel scegliere la prima opzione.

 

Maurizio Montanari, psicoanalista, Modena

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