di Leonardo Caponi

 

PERUGIA - 

   A leggere la risposta del sindaco Boccali a Galli della Loggia c’è da rimanere allibiti. Perché Galli della Loggia sarà quel che sarà (a proposito, ma non sono stati i ds e D’Alema a corteggiarlo lungamente, quando insegnava a Perugia?!), ma, in questo caso dalle colonne del Corriere della Sera, dice una cosa assolutamente ineccepibile e cioè che la chiusura di un locale “storico” come la Pasticceria Sandri è un sintomo della crisi di un certo tipo di Italia e delle sue città, tra le quali Perugia.

    La risposta di Boccali è indignata: Sandri, cioè un locale simbolo della città, chiude? Poco male perché al suo posto nascono altri tre bar. La colpa è dei proprietari che non si sono aggiornati. C'è la crisi? Si, ma è generale; Perugia si salva perché ha un centro storico vitale, uno dei più tutelati d’Italia (dove "è migliorata anche la sicurezza"), una intensa vita culturale ed una imprenditoria dinamica e vogliosa di non piangersi addosso e “di fare”.

   Ora, è evidente che il Sindaco, come la gran parte degli attuali amministratori, vive in un mondo virtuale, in una città immaginaria che solo lui e i suoi sodali vedono. Come spiegare altrimenti questa rappresentazione ingiustificatamente ottimistica della realtà? Il centro storico appare sempre più svuotato e in declino e non può essere qualche pur importante manifestazione o evento occasionale a mutarne il quadro:  la città è percorsa da diffusi motivi di insoddisfazione e inquietudine (a cominciare dai problemi della sicurezza) che chiamano in causa certo politiche nazionali, ma anche scelte locali e, a proposito dell’imprenditoria, il malessere e la rassegnazione maggiori, più o meno giustificati, vengono proprio da quelle categorie nelle quali il sindaco vede un nuovo dinamismo. Questa idea non nuova, che torna tra gli amministratori del pd, che c’è una crisi che abbraccerebbe tutta Italia meno Perugia, è illusoria e irrealistica, oltre che stucchevole.

   Ma, a parte queste considerazioni, ciò che colpisce (e ferisce una cultura di sinistra, sia pure riformista) dello scritto di Boccali, è la sua totale adesione al darvinismo economico e sociale di stampo liberista, oggi tanto di moda: se Sandri chiude, la colpa è dei proprietari che non si sono aggiornati; sembra una delle puntate della serie “il mercato seleziona i migliori” che oggi spopola in tutto il mondo! Nel commercio che cambia, scrive il sindaco, “ i santuari non reggono a lungo”. La trovo un’espressione sbrigativa e sgradevole, che contiene un tratto ingeneroso (e forse anche ingiurioso) nei confronti di una vecchia famiglia  e impresa perugina, che avrà certo le sue colpe ma la cui crisi ha innegabilmente per sfondo e concausa la crisi della città e del suo centro storico e che, alla fine paradossalmente, paga il tentativo di continuare ad occupare uno spazio di qualità in un mercato che (caro sindaco!) livella verso il basso e non verso l’alto. E mentre per la chiusura di qualche altro esercizio appariva evidente anche una negligenza e una, come dire?, inanità della proprietà, incapace si proporre idee nuove, il caso di Sandri pare diverso: Sandri o è così o non è! Dicono che Sandri faccia (anzi facesse) tutto artigianalmente ed in proprio (il caffe, la crema, il cioccolato e quantaltro),  mentre la maggioranza dei bar, oggi, si avvalgono di “basi” dolciarie importate dalla Cina. Doveva fare altrettanto?

   Sovviene così il timore che anche questa ultima vicenda della Pasticceria Sandri, che parla ancora di spoliazione e declino del centro storico, non serva per nulla ad aprire quella ormai non più rinviabile riflessione sulla città, sulla crisi del suo modello di sviluppo, sulla svolta necessaria per le politiche urbane e che rimanga, per così dire, sommersa da una rappresentazione di comodo della realtà e da un ottimismo che riporta allo stile berlusconiano. Perché, come disse Berlusconi, la crisi è essenzialmente un problema psicologico e si cura con l’ottimismo!

Condividi