di Leonardo Caponi

 

PERUGIA - E’ l’unico modo per vederla tutta. Arrivando in aereo di notte, dalla direzione nord ovest, Città del Messico compare nel buio come una enorme macchia luminosa, impressionante a vedersi, quasi perfettamente rotonda: si calcola che la città abbia un diametro di 90 kilometri (da Perugia a Terni per fare riferimento a misure a noi consuete) e contenga un numero di abitanti che, considerando l’area metropolitana, secondo gli ultimi aggiornamenti, avrebbe superato la cifra di  26 milioni. La seconda al mondo, dopo Tokio. Ospita quasi un quarto degli abitanti di tutto il Messico ed è lo specchio delle grandi contraddizioni di questo Paese.

   Contiene enormi ricchezze e straordinarie povertà. E’ la città di Carlos Slim Helù, colui che passa come l’uomo più ricco del mondo e figura, essa stessa, nell’elenco delle prime dieci città del pianeta per livello annuale di Pil, insieme alle grandi capitali dell’occidente opulento e a quelle asiatiche emergenti. Lungo il Paseo de la Reforma, grande arteria che attraversa il centro, sorgono arditi grattacieli e grandi palazzi, sedi delle più grandi banche e centri finanziari dell’America e del mondo.  A pochi chilometri di distanza, le sterminate favelas di periferia, costruite come grigi alveari su strade ancora sterrate, sono piene di una moltitudine di indigenti, senza lavoro, ridotti in uno stato penoso di sovraffollamento e penuria o assenza di servizi essenziali. Tra di essi una grande quantità di bambini e ragazzi.

   Per il Messico, quelli attuali, sono anni di boom economico. La crisi dell’Europa e di parte del mondo sembrano lontani. Il Pil si attesta sistematicamente su valori superiori al 3% annuo e in molte parti del Paese, soprattutto negli stati del centro e del nord in corrispondenza con le aree maggiormente urbanizzate, si respira un’atmosfera febbrile, forse paragonabile a quella delle capitali del nostro settentrione, negli anni ’60. Ne danno il segno il ritmo incalzante delle costruzioni (case, palazzi, alberghi) e il numero  dei bambini che, con le loro famiglie, si vedono in giro, e che fa impressione a chi viene da un Paese come l’Italia, dove le nascite sono ridotte al lumicino. I proventi dalla vendita del petrolio e le rimesse degli immigrati negli Stati Uniti costituiscono il volano principale di una economia segnata negli ultimi anni da un  alto tasso di industrializzazione, per lo più dovuto ad investimenti stranieri facilitati dal basso costo della manodopera. Il settore dei servizi alla persona, vive lo stato di euforia che ebbe in Europa ed in Italia, una ventina di anni fa. Residenze eleganti, case vacanza, multiproprietà, prestiti finanziari: tutto l’armamentario già da noi conosciuto, è ora messo in campo in Messico al servizio di una nuova piccola e media borghesia di imprenditori e professionisti in procinto di essere cooptata nell’area del benessere. Il rischio è che questa economia di carta possa, tra qualche anno, fare la fine ingloriosa e deflagrante che ha fatto nei paesi, tra cui l’Italia, che l’hanno per prima sperimentata. Il Messico potrebbe fare di più per la propria economia. Il fatto è che esso è legato mani e piedi al potente alleato nord americano, principale acquirente dei suoi manufatti (in particolare automobili) e del suo petrolio di cui, però, è anche il raffinatore; per cui si ha l’assurdo che il greggio messicano viene raffinato negli Usa e poi “riportato” in Messico. Anche l’accordo di “libero” scambio in materia agricola (NAFTA, sottoscritto anche dal Canada) espone l’agricoltura messicana, tecnologicamente arretrata, alle oscillazioni provocate da quelle del più potente alleato. La distribuzione della nuova ricchezza messicana riguarda un 20, 25% della popolazione, ma la maggior parte di essa è tuttora esclusa da questo circuito mentre nelle periferie urbane, negli stati del sud, tra le popolazioni indigene, permane un tasso elevato di disperazione e miseria.

   E’ su questa radicale contraddizione nella distribuzione della ricchezza che fanno leva le grandi organizzazioni del crimine e i cartelli del narcotraffico. Il problema della sicurezza in Messico è un problema serio. Ci si lamenta della situazione dei nostri quartieri e delle nostre città, ma non si ha l’idea di cosa voglia dire condurre una vita blindata, protetti da reti di filo spinato o elettrificato nelle residenze più povere e da alte mura perimetrali e ripetuti sbarramenti o posti di blocco con guardie private, in quelle signorili. L’esercito (per l’alto grado di corruzione nella polizia che, dicono, sia “tradizionale”) è stato chiamato a prendere i mano la situazione. Reparti di auto blindate con mitragliatrici pesanti pattugliano incessantemente strade, autostrade e città messicane dove sono realizzati check point in vero e proprio stile di occupazione militare. Negli ultimi sette anni, informa El Universal, importante giornale messicano, riportando i dati di una Commissione statale, vi sono stati 48.750 “omicidi violenti” e le vittime di questi, in 48.300 casi, sono stati catalogati come “desaparecidos”. Violenza criminale e corruzione nella vita pubblica costituiscono problemi di capitale importanza nel Messico di oggi, anche se, paradossalmente (ma qui il discorso andrebbe di molto approfondito) possono apparire elementi concorrenti alla crescita dell’economia.

   Dal punto di vista naturale, il Messico è un Paese bellissimo. Esso segna una continuità “fisica” rispetto al continente nordamericano e ne conserva la grandiosità delle dimensioni e del paesaggio, unito alla luminosità sfolgorante dei tropici. Gli alti altipiani e le vette montagnose mitigano la potenza del sole e consentono in molte delle sue città (a cominciare da Città del Messico) temperature gradevoli tutto l’anno. Proprio a Città del Messico, nel vecchio insediamento centrale, a dispetto delle dimensioni mostruose della megalopoli, si può scoprire una buona qualità della vita e una ambientazione bella e riposante, fatta di viali alberati, di oasi verdi, di quartieri tranquilli, di monumenti da vedere e di centri culturali da visitare. La stagione migliore è decisamente l’inverno, perché non piove quasi mai. Se si preferisce il mare ce n’è per tutti i gusti; però, occhio!; il Pacifico è un’oceano maestoso, bello a vedersi, ma poco da frequentarsi e le sue spiagge di sabbia bruna, pure con nomi conosciuti, come Acapulco o Puerto Vallarta, non hanno niente di speciale. Se si vogliono spiagge bianche e acqua di azzurro limpido non c’è che una scelta da fare: la penisola dello Jucatan, Cancun, Playa del Carmen e che altro. E’ da lì che cominciano i tropici e per fare il bagno e prendere il sole è tutta un’altra musica…  

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