Lunedì scorso Papa Francesco, con un atto simbolico senza precedenti e di straordinaria forza evocativa, ha inteso mettere piede nella terra di nessuno di Lampedusa, spazzando via in un colpo solo la più grande ipocrisia italiana degli ultimi decenni, lanciandosi contro l'indifferenza e gli egoismi al tempo della globalizzazione liberista, precisando le responsabilità della politica e delle istituzioni nella mattanza dei migranti ed infine costringendo alla penitenza l’Europa intera.

 

Il primo viaggio pontificale di Papa Francesco è  stato una scossa  salutare, una lezione di civiltà e di forza morale, al netto di ogni opinione, su un tema come quello dell'immigrazione dove, per un ventennio, si sono giocate le fortune elettorali delle destre berlusconiane e leghiste che l'hanno trattato come mero problema di ordine pubblico, alimentando xenofobia, generando odio razziale e sperperando soldi; dove il centrosinistra tradizionale non ha saputo o voluto contrapporre adeguati modelli di integrazione e di inclusione; e dove anche i nuovi venuti della politica, Grillo su tutti, l'agitano come brand elettorale di sicuro successo, solleticando le peggiori pulsioni delle italiche pance, per una guerra tra poveri perfettamente adatta a distrarre dai veri nodi di questo tempo e del nostro Paese.

 

Nel sottolineare il gesto del nuovo Papa, andrebbe richiamata l'attenzione su tutte quelle realtà sociali che nella nostra Città e nel nostro territorio si sono mosse da sempre sullo stesso solco tracciato ieri da Bergoglio e si sono prodigate da anni a questa parte, secondo il più autentico spirito cristiano e nell'adesione al messaggio evangelico più profondo, a "servire" gli ultimi, contribuendo ad affermare una cultura dell'accoglienza e della solidarietà e a sviluppare una politica dell'inclusione e della coesione sociale.

 

In questo contesto, spiccano certo le attività della Caritas diocesana svolte nel centro di volontariato sociale di Gualdo, ma vanno anche benevolmente richiamate le tante iniziative del Circolo Acli Ora et Labora guidato dal buon Giovanni Pascucci, portate concretamente avanti non solo sul fronte dell'immigrazione, ma anche su quello del welfare e della sanità, della condizione giovanile e della terza età, del lavoro e della precarietà.

 

E' di domenica scorsa l'ultima, dal profilo in questo caso più culturale, ma non per questo meno valoroso e prodigo di stimoli e di sollecitazioni: un convegno sulla figura di Giuseppe Dossetti, a cent'anni dalla nascita, che ha dalla sua l'attualità con quanto sta capitando in Italia.

 

Il tema della rimozione di Dossetti dalla politica e dalla Chiesa italiana non è infatti d'esclusiva pertinenza del campo cattolico, ma deve interrogare tutti coloro che hanno a cuore le sorti della democrazia e tutta la politica che ancora si richiama - non solo a parole -  ai valori fondanti della Repubblica scritti col sangue nella Costituzione. Il Dossetti rimosso e il perché sia stato rimosso su cui il convegno Acli ha saggiamente ragionato lo vogliamo prendere come monito per il presente e per il futuro.

 

La statura di Dossetti è effettivamente tale da ergersi fulgida insieme a poche altre nella storia dell'Italia repubblicana; ciononostante, chi, come il sottoscritto, ne ha ammirato le idee, le opere e le testimonianze, sente oggi un sapore amaro in bocca nel constatare che la sua lezione politica e morale di Padre costituente sia stata effettivamente messa all'angolo, umiliata ed offesa, anche da coloro che avrebbero il dovere di serbarne più buona e longeva memoria, siano essi chierici, piuttosto che i tanti che si riconoscono nelle eredità della Democrazia Cristiana.

 

Fa angustia che la sua "religione laica della libertà, dell'uguaglianza e della giustizia sociale" impressa in quello straordinario programma di società che resta la Costituzione italiana sia oggi relegata alla stessa stregua di un'utopia odiosa da rigettare e da cui liberarsi al più presto, come vorrebbero gli spin doctors di JP Morgan ed è forse proprio per questo che la sua memoria sia così ostentatamente rimossa nell’Italia del ce lo chiede l’Europa o del come reagiranno i mercati, il che fa lo stesso.

 

La memoria di Dossetti resta scomoda ai più, soprattutto a coloro che ne dovrebbero portare il fardello, soprattutto oggi che al Dio dei liberi e degli uguali- e degli ultimi - di Dossetti si è definitivamente sostituita la Mammona dei pochi oligarchi rimasti liberamente soli a decidere per tutti, delle vite di tutte e di tutti.

 

Credo invece che proprio la lezione così mirabilmente ricordata nel convegno di domenica scorsa  di cui ho potuto solo leggere i resoconti giornalistici debba essere rianimata e possa tornare ad ispirare una politica partigiana della Costituzione, per quell'obiettivo mai raggiunto della riforma intellettuale e morale del Paese, quella stessa riforma cui aspirava Antonio Gramsci.

 

La vitalità etica, politica e culturale con cui la figura di Dossetti continua a proporsi nell'oggi della più grande crisi del capitalismo, del divorzio di questo dalla democrazia e dell'attentato permanente alla Carta è tale non solo da spingerci a ricostruirne la memoria, ma da elevarne il magistero a progetto di società.

 

Altro che rimozione o musealizzazione di Dossetti! Servirebbe farne una spada e smantellare il suo monumento e per fortuna c'è chi lo sta facendo. I Comitati Dossetti per la Costituzione cui aderiscono numerosi e tra i più insigni giuristi e costituzionalisti italiani rappresentano tuttora un presidio di democrazia e di legittimità: è di questi giorni il loro ultimo appello posto in difesa della Carta, contro il progetto di una sua revisione profonda portato oscuramente avanti proprio in queste ore dal governo delle larghe intese e miserabilmente concepito per ridurla ad una mera cornice adatta alle stesse politiche che ci hanno condotto a questo baratro economico, sociale e culturale.

 

Anche nel nome di Dossetti, dunque, ed anche nel nostro territorio, sarebbe bello se la sinistra partigiana della Costituzione e le realtà che come le Acli si ispirano al cristianesimo sociale riaprissero insieme un confronto sui valori fondanti che si condividono, per difendere quanto di più bello e di più giusto la storia della Repubblica ci ha consegnato: la sua Costituzione. E magari anche per imporre e rilanciare una politica per il lavoro, il welfare, i diritti degli "ultimi" e la lotta alle disuguaglianze economiche e sociali.

 

Un confronto alto che non si attende certo di scaturire nelle solite barzellette così care a chi ha ridotto a questioni di tattica elettorale o di fusioni a freddo per lo scambio e la conservazione del potere l'incontro tra culture diverse, ma che si proietti, nel rispetto reciproco delle differenze, a reimmaginare un nuovo programma di società frutto della mescola delle idee migliori, per nuove conquiste di civiltà, come fu nella vicenda dei Padri costituenti.

 

Se si vuole liberare Dossetti dalla sua condizione di rimosso, sarebbe questa la via obbligatoria e più concreta, oggi, per rendere giustizia alla sua figura. Difendere insieme la Costituzione e non badare a fare sconti a chi oramai quotidianamente la calpesta o a chi si appresta a cancellarne definitivamente le conquiste è quanto di meglio si possa fare, in quanto "i beni pubblici repubblicani che i Costituenti hanno attribuito al popolo italiano, inerenti la garanzia dei diritti fondamentali e la qualità della democrazia, costituiscono un patrimonio irrecusabile, che non può e non deve essere smantellato".

 

Non per piacere ai mercati finanziari, aggiungiamo noi, né per rendere inefficace ed ineffettiva la rigidità della Carta che dei suoi principi è il più supremo di tutti, quello che mette al riparo il Paese e la sua democrazia dalle turbolenze di una politica miserabile, dalla discrezionalità delle cronache contingenti e dalla storia minuta fatta da conventicole e personaggi così nani al cospetto di Giuseppe Dossetti.

 

E' su questo terreno, credo io, sul terreno delle cose emerse nel convegno delle Acli e nella traiettoria segnata lunedì dal gran gesto del Papa, che le culture, le ispirazioni ed i progetti della sinistra, del cristianesimo sociale e del liberalismo politico autentico dovrebbero reincontrarsi per riqualificare la democrazia, rinnovare la politica, riconnettere anche moralmente il governo della cosa pubblica con il popolo, stimolare la società civile e rimettere in cammino un'idea buona di Paese, di territorio e di comunità locale.

 

Anche a Gualdo e nell’Appennino difendiamo insieme la Costituzione.

 

Per la sinistra per Gualdo

Gianluca Graciolini

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