Piano lavoro, intervista a Bravi: "Serve terapia d'urto e diaologo con banche"
di Rosaria Parrilla
PERUGIA – L’Umbria e la crisi economica. L’Umbria e la cassa integrazione. L’Umbria e i suoi disoccupati. Problemi che non riguardano solo il Cuore verde d’Italia certo. Però a differenza di altre regioni italiane, soprattutto del Centro Nord, è quella che subisce di più gli effetti negativi. Tra i primi settori a subire le conseguenze non certo rosee è stato quello dell’edilizia, ma ora la sofferenza si sta diffondendo sempre più a macchia d’olio, coinvolgendo man mano altri comparti, fino a quello del commercio e del welfare. Un esempio su tutti è dato proprio dal settore delle costruzioni, che in soli 5 anni ha visto dimezzare i suoi dipendenti, passati dai 27mila ai 13mila. Per non parlare dei consumi, che nel 2012 in tutta l’Umbria hanno subito una contrazione dell’8%, che, ovviamente, ha colpito anche i lavoratori stessi. A fare un’analisi dell’andamento economico della nostra regione è il segretario regionale della Cgil, Mario Bravi, che, con tanto di numeri alla mano e interpellato al riguardo, ritorna sul “Piano del lavoro – Creare lavoro per dare futuro e sviluppo”, presentato qualche giorno fa.
A vedere i dati che avete illustrato, il settore che più soffre della crisi economica e finanziaria nella nostra regione sembrerebbe proprio quello dell’edilizia?
“In realtà il comparto del cemento ha avuto un’incidenza più alta per via dell’esperienza del terremoto del ’97, durata fino a qualche anno fa, che ha portato più lavoro. Infatti, in 5 anni il settore si è dimezzato. Ormai siamo al quinto anno di recessione, perché tutto è iniziato nel 2008, prima è stato colpito il settore industriale, quindi, metalmeccanico e chimico, ora iniziano a soffrire anche il commercio e le cooperative sociali, quindi il welfare. E le 160 vertenze aperte dimostrano come la crisi riguardi ormai tutti i comparti. Proprio oggi c’è stato il presidio regionale dei lavoratori TNT, in sciopero contro licenziamenti e chiusure, in questo caso parliamo di trasporti. Questo evidenzia come non sia immune nessun settore e l’Umbria è la regione che soffre di più”.
A rimarcare la tesi del numero uno del sindacato regionale Cgil sono i numeri dell’Ires (Istituto di ricerche economiche e sociali), che parlano di 120mila persone in grave sofferenza in tutta la regione, di cui 40mila disoccupati, 40mila precari, 23mila neet “i cosiddetti scoraggiati – spiega Bravi -, per lo più giovani, che non si mettono proprio alla ricerca di un lavoro” e 17mila cassintegrati.
Qual è la situazione dell’Umbria rispetto alle altre regioni?
“Abbiamo salari più bassi dell’8-9 per cento rispetto alla media nazionale. E secondo qualcuno allora avremmo dovuto avere una crisi minore, invece, constatiamo che abbassando le tutele e i salari e non tenendo conto dei diritti dei lavoratori non facciamo altro che prolungare la crisi. Non è questa la ricetta per uscirne. Così come non siamo d’accordo sul piano del presidente del consiglio Enrico Letta. Il piano deve puntare sulla crescita, cioè investire per creare opportunità di lavoro. Si parla di una ripresa nel 2014, noi crediamo che tenderà a peggiorare. È necessario un intervento drastico, investendo nell’industria e nel manifatturiero”.
Intervento drastico ma in che modo? E soprattutto in Umbria come si può mettere davvero in pratica il vostro Piano del lavoro?
“Ad esempio in Umbria ci sono 800 edifici scolastici che hanno bisogno di manutenzione. Di questi il 70 per cento è a rischio e sono stati costruiti prima del ’70 o addirittura nel ventennio non berlusconiano, ma fascista. Ecco, intervenendo si può risollevare un settore fortemente in crisi, tutelando i giovani che sono il nostro futuro, e creando lavoro, non cementificando il nuovo, ma sistemando quello esistente”.
Ma per mettere in pratica un Piano del lavoro sono necessarie risorse. In questo momento di vacche magre dove si possono recuperare?
“Pensiamo all’imposta patrimoniale sui grandi immobili e ai fondi europei”.
Da tempo, come Cgil, e anche qualche partito, parlate di imposta patrimoniale però.
“Sì ed è un piano fattibile. Ora indichiamo anche una nuova proposta: aprire un confronto con le Fondazioni bancarie, anche a livello regionale, che hanno centinaia di migliaia di euro a disposizione. Ripeto serve una terapia d’urto, non basta più la singolare vertenza, ma interventi concreti”.
Le istituzioni regionali e locali, le altre organizzazioni sindacali e le fondazioni bancarie cosa pensano di questo Piano del lavoro?
“Le istituzioni sono interessate. Con Uil e Cisl c’è una trattativa in corso e ben vengano proposte e suggerimenti. Questo è il Piano della Cgil, ma possiamo anche cambiare nome, purché si arrivi ad una soluzione concreta. Pensiamo, inoltre, di aprire un confronto anche con le Fondazioni bancarie”.
Per quanto riguarda la tempistica del Piano del lavoro?
“Ci saranno ovviamente delle verifiche semestrali. Comunque sarà un piano a lungo respiro, che interesserà sicuramente l’attuale e la prossima legislatura”.




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