I 'Derivati'? Armi di distruzione di massa. Ma il problema è il capitalismo
di Dino Greco
Ma allora, quanti sono i “prodotti derivati” custoditi nei forzieri delle banche nostrane, quelle che sino a quando la Corte dei Conti non ha chiesto di vederci un po’ più chiaro avevano giurato urbi et orbi di essere pure e linde come pargoli in fasce. E qual è la dimensione economica del rischio, delle perdite (potenziali?) che la finanza tossica fa pesare, in prima battuta sugli istituti finanziari e in seconda – ma decisiva – sui cittadini ai quali vengono in vario modo estorti i quattrini necessari per ripianare i debiti? Non è dato saperlo, perché l’opacità è totale. Ha ragione Warren Buffett – ancora lui! -, il plurimiliardario che si vergognava di pagare più tasse della sua segretaria, quando definisce i ‘derivati’ come “armi di distruzione di massa”. Pare che nel mondo ve ne siano in circolazione un bel po’, per un valore di 633.000 miliardi di dollari, oltre nove volte il pil planetario.
“Regole, servono regole”, si lamentano i difensori del mercato puro alla Luigi Zingales, nell’intento di spiegare che il capitalismo non c’entra niente e che la superfetazione finanziaria è (solo) una degenerazione del sistema, una malattia curabile.
Mi tornano in mente le discussioni degli anni Settanta, quando nel Pci c’era chi si ostinava a spiegare che occorreva allearsi col profitto contro la rendita, senza capire che l’uno e l’altra sono inestricabilmente legati: simul stabunt, simul cadent. E che – come Marx aveva spiegato molto tempo prima – l’uovo del serpente sta nei rapporti sociali fondati sullo sfruttamento, perché è nel modo capitalistico di produzione, nelle inevitabili crisi di sovraproduzione che prendono corpo le più fraudolente acrobazie e architetture finanziarie attraverso le quali il capitale salva se stesso e distrugge forze produttive e natura.
Come scrive Rainer Masera (la Repubblica, lunedì 1 luglio), le banche “operano in condizioni di azzardo morale. Prendono fondi a tassi bassissimi dalle banche centrali e li utilizzano per fornire ‘protezione’ sapendo che se gli Stati sovrani non fanno default sono garantiti rilevanti profitti; se poi l’evento avverso si verificasse, le banche sarebbero comunque salvate dagli stessi Stati con sistemi perversi di incentivi e remunerazioni”.
Eccola qui, la verità, scodellata come una polenta fumante: privatizzazione dei profitti e socializzazione delle perdite. Che è poi il sugo della bella realtà in cui siamo immersi: ricchezza e potere nelle mani di un pugno di proprietari universali e il resto del genere umano spogliato di tutto. Persino della voglia di ribellarsi.




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