Una politica deprimente
di Mauro Volpi
PERUGIA - Per spiegare l’enorme crescita dell’astensionismo nelle recenti elezioni amministrative e il distacco delle persone dalla politica basta guardare allo spettacolo offerto di questi tempi dai maggiori partiti. Chi ha la pazienza di leggere sui giornali quel che accade nel PD deve constatare che in quel partito tutto si gioca intorno a tre temi: la data del congresso, le regole con le quali eleggere il futuro segretario, la leadership del partito e di un governo futuribile. Non che non siano tempi importanti, ma tutto ciò a cosa serve? A quale linea politica è finalizzato? Nel partito si manifestano voci dissonanti, ma si ragiona di nomi senza manifestare apertamente i diversi punti di vista sulle linee programmatiche da perseguire. L’eventuale dissociazione tra la carica di segretario e quella di candidato alla guida del Governo, peraltro già praticata nelle ultime primarie con una deroga allo statuto, viene discussa non per la sua validità intrinseca, ma alla luce dell’esigenza di non indebolire l’attuale presidente del Consiglio. Il gioco di Renzi (“mi candido, non mi candido”) così come l’appoggio pedissequo al governo Letta concorrono a non affrontare il nodo di fondo dell’identità del partito e della sua linea politica. Si può immaginare quale sia l’entusiasmo del popolo di sinistra nel seguire un simile dibattito.
A sua volta il PDL, invece di discutere seriamente, specie dopo i risultati delle elezioni amministrative, come radicare, anche sul territorio, un partito di centro-destra di tipo europeo, e quindi con quali regole democratiche costruire un nuovo gruppo dirigente, sembra irretito dallo scontro tra falchi e colombe, che si gioca tutto sulle vicende giudiziarie di Berlusconi. Così le ricorrenti minacce al Governo, anche per la difficile esigibilità di richieste prive di copertura finanziaria, appaiono strumentali alle vicende personali di Berlusconi. E già si parla di un nuovo partito, al quale dovrebbero dare linfa persone in grado di garantire un solido apporto finanziario. Insomma la riproposizione di un partito personale o, meglio, padronale, alla faccia della partecipazione! Intanto l’appena costituito “esercito di Silvio” spara a palle incatenate contro il segretario Alfano e c’è chi ventila la successione ereditaria nella leadership “carismatica”, come avviene nelle monarchie e si è verificato in Corea del Nord con la “dinastia” di Kim il Sung.
Non meno deprimente è lo spettacolo offerto dal Movimento 5 Stelle, che si era presentato a aveva preso tanti voti come alfiere del cambiamento. La vicenda dell’espulsione via web della senatrice Gambaro, rea di avere rivolto una critica pubblica al líder maximo Grillo, è inquietante. Sia per la motivazione del provvedimento, che nega il diritto democratico al dissenso, sia per la modalità che, al di fuori del rispetto di elementari regole di garanzia per chi viene accusato, acquista un carattere inquisitorio e plebiscitario. Insomma un movimento che appare ripiegato su se stesso e sulla difesa del proprio leader senza rispondere alla questione di fondo posta dagli elettori su come intende far fruttare il successo elettorale per proporre politiche di cambiamento e anche le necessarie alleanze. C’è poi la Lega Nord alle prese con lo scontro “epico” tra Maroni e Bossi e all’alternativa tra minaccia di espulsione del suo fondatore e pernacchia in salsa bossiana. Anche qui è risibile sostenere che la grave sconfitta alle ultime elezioni amministrative sia derivata dalle faide interne. Il problema è più di fondo: ormai la Lega non appare più agli occhi di molti elettori del Nord “diversa”, ma pienamente coinvolta nella crisi della politica e in seri episodi di corruzione e di malaffare. Infine, c’è la ciliegina sulla torta che sicuramente appassiona gli elettori di centro: l’annunciata rottura tra Scelta Civica e UDC o, meglio, tra Monti e Casini. Motivata da un lato con il timore che una unificazione possa esaltare il maggior radicamento dell’UDC sul territorio, dall’altro con la contestazione della leadership di Monti, che certo da quando è entrato in politica ha visto precipitare il suo indice di popolarità.
Una domanda si impone: che ha a che fare questo quadro deprimente con la politica con la P maiuscola? Come capacità di affrontare problemi sociali e di mettersi al servizio delle esigenze delle persone? Poco o nulla. Ma una cosa è chiara: se i partiti continueranno a parlare a se stessi e non al mondo che li circonda, rimarranno sempre più soli e saranno incapaci di dare risposte credibili e di evitare il crescente distacco dalla società. La soluzione non può essere certo quella di affidare il potere ad una persona plebiscitata dal popolo, che sarebbe libera di perseguire l’interesse proprio o quello di gruppi ristretti. Ma deve essere quella di dare spazio alle energie sane, che esistono dentro e fuori i partiti, per ricostruire una politica degna di questo nome e in sintonia con la società.




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