Porta Eburnea, quartiere defunto
di Leonardo Caponi
PERUGIA - Povera Porta Eburnea! A vederla ridotta così c’è da sentirsi stringere il cuore; sembra diventata il “deserto dei tartari”, dominata com’è in tutte le ore del giorno, come la fortezza del celebre romanzo di Dino Buzzati, da un silenzio irreale, rotto soltanto, di tanto in tanto, dal ronzio di qualche auto in uscita dal centro lungo la discesa di via S. Giacomo. Eppure, fino agli anni settanta, quindi in un’epoca non geologica, Porta Eburnea era un gran bel quartiere, densamente popolato, ricco di attività commerciali, artigiane e di quelli che allora venivano chiamati servizi al cittadino, come gli uffici del “Comune nuovo” (anagrafe, vigili urbani), di una sede decentrata dell’Amministrazione provinciale e di altro ancora. Due bar, il bar Luna e quello, dirimpettaio, dei fratelli Pini, hanno fatto, per lunghi anni, la felicità della intera, e allora numerosa, popolazione studentesca perugina, essendo i bar dei “salinari”, dove impazzava la musica dei primi juke box, mentre il vecchio biliardo aristocratico e il classico “calcio balilla” originato nel ventennio fascista, cedevano gradualmente il passo ai frenetici “flippers”, made in Usa. In via Eburnea, in fondo sulla destra dell’Arco, affiancata alla vecchia sezione del Pci (che fu un grande luogo di incontro e socializzazione) c’era, per citare una curiosità, l’officina di “Padellino”, uno dei pochi, forse l’unico, di sicuro il più vecchio ed esperto aggiustatore di biciclette, in una città dove, per via di salite e discese, di biciclette se ne sono viste sempre poche. Eppure, ogni volta bisognava fare la fila per essere ascoltati da lui che si presentava grigio e unto come le “catene” e le corone dentate che smontava e rimontava.
Oggi l’area compresa tra l’Arco della Mandorla e quelli di via delle Forze e di Porta Eburnea, che è sempre stato il “cuore” del quartiere, è abitato da pochi, per lo più anziani, residenti. Si conoscono tutti, ma non fanno più vita collettiva perché l’età non glie lo consente. C’e poi un numero, alternante a seconda delle stagioni e comunque in calo allarmante, di studenti e studentesse. Una sorte non grandemente diversa hanno subito gli altri comparti del borgo storico, da via Cesare Caporali a via Bruschi, da S. Savino a via della Cupa che appaiono svuotati di presenze “umane” e privi qualsiasi luogo di incontro e ritrovo collettivo e di attività commerciali e artigianali. Del resto, non si può certo pensare di vendere alle ombre!
E’ in questo vuoto che hanno cominciato a farsi largo, fino a occuparlo per gran parte, nuove presenze inquietanti. A Porta Eburnea sono ladri, piuttosto che spacciatori. Possono essere più o, a giudicare dalle modalità degli ultimi tentativi di intrusione, uno solo che conosce bene i “luoghi” delle sue azioni e le abitudini degli abitanti che prende di mira. Negli ultimi tempi queste o questa novella primula rossa si è fatto più audace e intraprendente, fino ad essere sfrontato. In precedenza la sua figura a cavallo di muretti e recinzioni veniva segnalata , di regola, nel cuore della notte. L’ultimo caso invece, in una abitazione di via del Curato, è registrato alle nove e mezzo di sera. Come un gatto, a quell’ora, il ladro si è issato su per la canalina di scolo dell’acqua piovana e sul tubo del metano, fino al primo piano della casa e solo le urla di panico della ragazza che lo occupava lo hanno fatto precipitosamente allontanare. Alle nove e mezzo di sera!; una cosa incredibile e inaccettabile!
Non so come lo si voglia o lo si possa definire, ma significa che esistono parti della città nelle quali e delle quali si è perso il controllo. A volte, ad ascoltare la politica perugina di questi tempi e le voci del “palazzo”, si ha l’impressione che esse vivano in un mondo parallelo a quello reale. E’ impensabile di poter mettere un agente in ogni via deserta di Perugia, per evitare che in prima serata qualcuno tenti di entrare negli appartamenti.
Quando si potrà cominciare a discutere di una nuova politica che inverta quella che ha portato alla desertificazione del centro storico e che consenta, in maniera stabile e strutturale, al di là delle feste e di eventi comunque occasionali, di ridare vita a quartieri “defunti” come Porta Eburnea? Quando si potrà far si che la vita e il controllo sociale si riapproprino degli spazi oggi occupati dalla delinquenza? Chissà!, ma se la speranza è l’ultima a morire…




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