La Madonnina del Bellocchio
di Leonardo Caponi
La Madonnina di via del Bellocchio è rimasta al buio. La luce è scomparsa da quando la casa nel cui giardino è ospitata, giudicata a rischio crollo e dichiarata inagibile, è stata recintata e sigillata e ogni sua finestra sbarrata da grosse inferriate. I proprietari, in questo momento di crisi, non riescono a venderla e più che il crollo, forse, si teme che essa possa divenire il rifugio notturno degli immigrati senza tetto che, per quanto fatiscente, certo la preferirebbero al freddo dell’addiaccio o alle umide tende piantate sul prato del vicino parco Chico Mendez.
A illuminare la mini cappella di pietre grigie rimane, di notte, la luce fioca dei “lumini” e delle candele, che non riescono a fugare il buio intenso e a rischiarare l’immagine della madre di Gesù (una riproduzione fotografica del quadro di S. Maria delle Grazie ospitato nella Cattedrale perugina) che è poggiata sul piccolo altare di marmo.
La Madonnina del Bellocchio ha più di ottanta anni. E’ nata praticamente insieme al quartiere, costruita intorno al 1930 per opera di una famiglia di residenti particolarmente devota che ha voluto metterla a disposizione degli altri fedeli. Di giorno, a dispetto dell’abbandono che la circonda, conserva un aspetto gradevole e una sobria eleganza, ornata com’è da un vecchio roseto e dai fiori che qualcuno reca di continuo. Con l’andare degli anni è’ divenuta, come dire?, parte del paesaggio di via del Bellocchio (che in questo settore è rimasto sostanzialmente immutato, progressivamente degradando) ed è stata luogo di culto, anche se mai ufficialmente consacrato e di incontro. Nelle prime tiepide serate di maggio, col profumo intenso del gelsomino fiorito ed in quelle di ottobre, gruppi di persone sono solite riunirsi, sedute sulle panche laterali o in piedi sulla strada, per la preghiera notturna dell’Ave Maria. Quest’anno, a causa del buio e per motivi precauzionali, la tradizione dovrà essere forzatamente interrotta, con dispiacere e disappunto non solo dei fedeli (sempre meno e sempre più anziani negli ultimi anni) ma anche di molti laici comunque affezionati, appunto, alle tradizioni. C’è in tutti la consapevolezza che probabilmente non di semplice interruzione si tratterà e che rivedere la Madonnina illuminata e “agibile” non sarà possibile, o quantomeno non lo sarà in un futuro non lontano.
La Madonnina del Bellocchio “oscurata” sembra rappresentare oggi la metafora di questo quartiere a rischio, che pare anch’esso avere smarrito la speranza di un pronto riscatto. Soffocato dal cemento, il Bellocchio tuttavia, come un po’ tutta Fontivegge, è rimasto incompiuto, in bilico tra modernità e passato, tra inutile gigantismo edilizio e aree di abbandono e di degrado, nell’equivoco mai risolto tra centro direzionale, aree commerciali e quelle residenziali. Il blocco di interessi che ha dominato il “mercato” ha spinto costantemente verso il consumo di nuove aree, provocando un eccesso di costruzioni e di offerta abitativa e rifiutando sistematicamente un’idea, che sarebbe stata la più saggia, di recupero del patrimonio esistente.
La Madonnina è stata vittima di questo meccanismo, è il caso di dirlo, “infernale” il cui prodotto è sotto gli occhi di tutti: aree di alta congestione e altre di abbandono, con un denominatore comune che si chiama disgregazione sociale e abbassamento della qualità della vita. Riusciremo a ridare la luce al tempietto di via del Bellocchio e anche a risanare il quartiere che lo contiene? Sono due imprese, ciascuna nel proprio ambito, non facili. Serviranno le preghiere dei fedeli, ma più ancora ci vorrà una nuova politica per il quartiere e la città.




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