di Armando Allegretti

 

PERUGIA - Dopo il Rapporto annuale di Bankitalia lo ribadisce Confindustria Umbria. La crisi c’è e si sente. La congiura è negativa e problematica e i segnali di ripresa sono solo un miraggio.

Nonostante ci siano stati dei lievi segnali che hanno spinto ad essere ottimisti, via via si sta scendendo di nuovo verso il baratro. Anche se i mercati emergenti – riferiscono – sono in espansione, la loro crescita è diventata via via meno brillante, pur continuando a fornire il contributo principale (oltre l’80%) all’aumento del PIL mondiale.

Ancora. “Il barometro OCSE ha segnato prospettive di svolta un po’ ovunque per la seconda metà del 2013 ed era da sperare che fosse più di un desiderio. - Si legge nell’analisi presentata -. La discesa dei costi delle materie prime avrebbe potuto dare una mano a uscire dal tunnel. Tuttavia, nell’Area euro i rischi sono rimasti elevati. In alcuni Paesi le condizioni del credito sono di grave ostacolo e la dura realtà di occupazione e redditi familiari in calo insieme ad una redditività aziendale tracollata alimentano pessimismo e sfiducia e scoraggiano iniziative di spesa”.

In Umbria, ma anche nel resto dello stivale il problema rimane ottenere i pagamenti degli arretrati dalla P.A. e in effetti, ad oggi, gli obiettivi principali per il rilancio dell’economia restano il saldo dei debiti degli enti pubblici, la razionalizzazione dell'impianto amministrativo, la selezione delle aree di intervento

Nonostante il tracollo sia evidente e le aziende sembrano non riuscire ad uscire dall’apnea in cui versano. Lo spirito di sacrificio dei lavoratori umbri e dei loro collaboratori ha permesso di tenere in piedi la propria attività. Attive si, ma con qualche perdita. Confindustria ne ha contate quasi 200 in meno, rispetto al 2011. E se scompaiono, sottolinea il rapporto, è colpa anche del ritardo dei pagamenti della P.A. “Un ritardo enorme, insopportabile, intollerabile anche sotto il profilo etico. E' anche a causa di quel ritardo che una parte almeno delle imprese che partecipano all'indagine hanno segnalato, per il trimestre analizzato, la pesantezza della congiuntura attraversata”.

Anche se una leggera ripresa c’è stata nel comparto manifatturiero la pesantezza del trimestre è generalizzata nei restanti comparti. Le quote di espansione risultano “compresse “  tra l’11,1% del comparto alimentare e il 14,3% di quello della carta, stampa ed editoria. E a pagare il prezzo più alto sono le piccole imprese con incrementi di solo 7 punti percentuali rispetto ad imprese con più di 20 addetti.

Non solo differenze tra piccole e grandi imprese, la crisi del settore è evidente anche a livello territoriale. In Umbria la maggiore turbolenza si registra nella provincia di Terni. Qui, infatti, il divario con la provincia di Perugia è di 6 punti percentuale, per quanto riguarda le imprese che dichiarano di mantenersi in condizioni di stabilità. Ben il 60% dichiara di aver contratto i livelli di produzione.

In definitiva, anche il 2013, anche se si sperava in una ripresa, non è partito col piede giusto e non è meglio impostato del 2012, anno horribilis per l’economia umbra. E nei giorni a venire “non bisogna disperdere il capitale di capacità, di professionalità e di esperienza incardinate nella struttura produttiva industriale che mostra di riuscire a resistere a una prova di durata senza precedenti. E cominciare a lavorare, da subito, perché quel capitale possa se mai accrescersi, migliorare e restituire a lavoratori e imprese i frutti dei sacrifici fin qui sopportati”. Parola di Confindustria Umbria.

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