La crisi, l'austerità e le ricette per rialzarsi
di Fabrizio Marcucci
PERUGIA - Non un convegno rituale. Anzi, «non un convegno» tout court, per dirla con le parole di “benedizione” di Vinicio Bottacchiari, per anni direttore generale di Sviluppumbria. Quello organizzato dal giornale online “Umbrialeft” e ospitato in casa della Cgil, è stata «una di quelle occasioni di cui si sente il bisogno», come ha detto il presidente dell’Aur, Claudio Carnieri, per capire come tentare di ritrovare la bussola nel tornado di una crisi che sta abbattendo le vecchie certezze come tasselli del domino: una dietro l’altra. L’occasione è stata offerta da Umbrialeft, che ha chiamato a discutere su “Gli effetti dell'austerità in Umbria. Come uscirne”. Al tavolo dei relatori i già citati Bottacchiari e Carnieri e il segretario umbro della Cgil, Mario Bravi, moderati dal giornalista Leonardo Malà. In platea, una discreta parte della sinistra regionale: dal segretario regionale di Rifondazione, Luciano Della Vecchia, a quello dell'Italia dei Valori, Paolo Brutti, fino a quello del Pd, Lamberto Bottini, passando per ex parlamentari (Stefano Zuccherini), assessori regionali (Stefano Vinti), ex amministratori (Giuliano Granocchia di Sel e Giuseppe Mascio dei Comunisti italiani) e consiglieri regionali (Manlio Mariotti, Pd).
Non un convegno. Perché ai convegni i toni sono spesso melliflui, si bada a non mettere i piedi nel piatto. E proprio per questo meglio di un convegno. Perché, almeno, l’analisi è stata libera, a tratti impietosa. E considerando che arrivava da parte della classe politica che in qualche modo e in tempi diversi ha tenuto (e tiene) in mano le redini del governo regionale, non è roba da poco.
La carne sul fuoco l’hanno messa Carnieri e Bottacchiari. Il primo ha analizzato, dati alla mano, come la crisi in corso sta facendo riemergere antiche debolezze strutturali dell’Umbria. Una su tutte: la scarsa produzione di ricchezza, da cui si determina a cascata una serie di effetti: basse retribuzioni, alto precariato, scarsissima propensione alla ricerca e all’export. Così, «se prima si poteva galleggiare», si è allacciato al discorso Bottacchiari, «oggi occorre cambiare». Gli effetti della crisi stanno lì: «Centoquaranta vertenze aperte in tutta la regione, un ricorso alla cassa integrazione che nel 2012 è stato il più alto d’Italia», ha ricordato Bravi. Non è una delle tante crisi, né tantomeno passeggera. «Tra quindici anni rischiamo di trovarci davanti un’Umbria diversa - ha ammonito Carnieri – perché questa rimane la regione con il più alto tasso di diplomati e laureati, solo che le famiglie, constatando che l'istruzione non paga, stanno restringendo i cordoni della borsa e sono passate dall’investire l’1,4 per cento della loro ricchezza in istruzione per i figli, a meno dell’1 per cento». Insomma, il capitale umano che rende l'Umbria una regione avanzata rischia di asciugarsi pericolosamente, proprio perché quel capitale umano non trova sbocchi adeguati.
E allora, come uscirne? Puntando sulla manifattura di qualità per produrre più ricchezza e buona occupazione, è stato il minimo comune denominatore che ha unito relatori e interventi dalla platea (anche se Brutti ha invitato a guardare anche ad altri settori). E selezionando, cosa che non è stata fatta finora, con gli effetti che sono sotto gli occhi di tutti. «I fondi a pioggia non sono serviti a nulla», ha detto Bottacchiari. Di più, «hanno creato un consociativismo che accontenta tutti e danneggia la regione: una gabbia da rompere», ha rincarato Franco Calistri, del gruppo che fa capo a Micropolis, il mensile umbro allegato al Manifesto. «Occorre destinare le risorse pubbliche in base a un’attenta programmazione», ha suggerito Della Vecchia. E «misurare i risultati conseguiti con le risorse elargite», ha esortato Brutti.
Insomma, l’autocritica non è mancata. Anche dura, come testimoniano alcune delle parole e locuzioni utilizzate: «consociativismo», «fondi a pioggia», «risultati non misurati».
Ma se ne esce? Una strada – una sorta di tentativo di sintesi di quello che altri prima di lui avevano detto - ha provato a indicarla Bottini, che, in quanto segretario regionale del partito di maggioranza, era uno di quelli in sala con le leve più potenti in mano: «Le risorse vanno a diminuire e proprio per questo occorrerà selezionare e puntare sull’innovazione». Poi, velata quanto si vuole, un’autocritica, o se si vuole un’ammissione: «Siamo in una regione piccola, dove si conoscono tutti e si tratta da anni tra le stesse persone: in queste condizioni è difficile fare innovazione, perché innovazione è anche rottura».
Ma con le spalle al muro come le ha l’Umbria, a questo punto, non sperimentare soluzioni nuove sarebbe quasi delittuoso.
da Il Giornale dell'Umbria di sabato 8 giugno 2013




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