I Padrini dell’Umbria, uno scenario "peggiore della dittatura sovietica"
di Renato Casaioli
TAVERNELLE -
“I Padrini dell’Umbria”, e per sottotitolo “la Casta, i soldi, la Massoneria, le Coop rosse, il sistema di potere che controlla la Regione”. E’ la descrizione di un mosaico che nelle intenzioni dell’autore Claudio Lattanzi, fa intravvedere per l’Umbria, uno scenario “peggiore della dittatura sovietica”, “unica in tutta Italia”. Così l’ha descritta l’autore del libro, la condizione regionale venerdì sette in piazza a Tavernelle, in una affollata assemblea pubblica.
Un libro scritto sulla falsa riga di quello ben più noto “La Casta”, di Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella, ma che a differenza di quel fortunato best seller, che denunciava fatti circoscritti di corruzione ben documentati, privilegi di un ceto politico strapagato e corrotto, oltre che incapace, il libro di Lattanzi, resta nel vago. Leggendolo si intuiscono scenari, analisi politiche, lotte di potere, affari e alleanze inconfessabili, come quelle tra il PdL e il PD regionali, ma in quei ragionamenti, non si entra nel dettaglio in nulla. Solo vaghe allusioni e tute declinate al condizionale. Le lobby dei costruttori, delle coop rosse che condizionerebbero la vita degli umbri, persino la loro salute e assistenza, attraverso un drenaggio di soldi pubblici, che potrebbero essere spesi meglio, ma che non si specifica come, omettendo che proprio i governi di centrodestra, hanno azzerato il fondo per la famiglia, costringendo le amministrazioni comunali a cancellare intere filiere di servizi assistenziali. Per il resto l’assemblea ha dato modo, questo sì, di capire fino in fondo quali personaggi locali si muovono dietro a questo libro, facendo intuire bene anche quali sono i loro obbiettivi e ambizioni. Manca appena un anno alle elezioni amministrative comunali, e le danze, le grandi manovre per le liste, non certo per i programmi (questi sono un po’ più impegnativi e soprattutto richiedono competenze che al momento non si intravvedono), sono già iniziate. In scena venerdì in Piazza Mazzini, è andata la parodia di un gruppo di personaggi di varia estrazione politica, che nel corso degli ultimi anni, sono stati più volte trombati dai loro partiti di provenienza, ma soprattutto bocciati dagli elettori. Ora tutte queste schegge dell’antipolitica, che fra l’altro si sono nel corso del tempo anche fatte la guerra tra loro, avrebbero deciso di unirsi, di riciclarsi usando come metodo il grillismo. Il collante? Non meglio specificati “poteri forti” locali, che avrebbero con il loro agire, determinato la crisi sociale, economica, occupazionale, questa sì pesante davvero in Val Nestore. Illuminante è stato in questo senso, l’intervento del pluri riciclato Gianni Cardaccia. Un personaggio che per la sua storia, non si può certamente chiamare fuori dalla partitocrazia e quindi facente parte a pieno titolo della “Casta”.
La sua analisi parte da un dato oggettivo: la crisi che negli ultimi anni sta attanagliando la Val Nestore è devastante per le famiglie del territorio. Una crisi che ha cancellato tutta un’economia e un tessuto industriale, fatto di aziende di prim’ordine in fatto di tecnologie e valore aggiunto nelle loro produzioni. Alla base di questa debacle, queste le sue convinzioni, ci sarebbero appunto i poteri forti, occulti che avrebbero determinato a suo dire, la deindustrializzazione del territorio. “Ribellatevi” a gridato rivolgendosi ai giovani. La crisi c’è ed è innegabile, questa la tesi del sindaco Luciana Bianco, Ma essa è il risultato di una confluenza tra incapacità imprenditoriali, leggi Trafomec, crisi globale e delocalizzazioni industriali, com’è il caso della CISA, ristrutturazioni aziendali com’è accaduto per la centrale Enel di Pietrafitta, che oggi si trova ad operare con appena una trentina di addetti, dai 500 che aveva un tempo non troppo lontano. Insomma la globalizzazione in Val Nestore è passata davvero e ha lasciato segni indelebili, difficili da cancellare, perché trovare alternative serie, credibili, di prospettiva, non è affatto semplice, con l’aggravante che la politica locale tutta, non riesce a produrre idee e progetti. Pensare però di individuare nel fantasma dei “poteri forti” locali, i capi espiatori è da demagoghi, da apprendisti stregoni. Una scorciatoia che non porta da nessuna parte.




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