di Dino Greco

Ci ha preso gusto, Enrico Letta. Al punto che il “governo di emergenza”, “a tempo”, “di scopo”, quindi “di unità nazionale” e infine trasmigrato nella formula pretenziosa delle “larghe intese”, va trasformandosi, nella testa del presidente del Consiglio in carica, in un’opzione strategica piena: un vero governo di legislatura, capace di durare – e governare – per cinque anni.

Il passaggio avrebbe dovuto essere breve. Così pensava persino il demiurgo di tutta l’operazione, quel Giorgio Napolitano che proprio nel nome dell’emergenza nazionale aveva accettato (obtorto collo?) la rielezione. Ma ora, scoperchiato il vaso di Pandora, tutto è – per così dire – fuori controllo. Abbattute le recinzioni, tutti quanti i buoi fuoriusciti dalla stalla pascolano in ordine sparso, ciascuno badando ai fatti propri e nessuno ad occuparsi del Paese, dei cittadini, dei lavoratori.

Si farebbe male a giudicare quella di Letta una battuta, fra le tante che infestano il chiacchiericcio politico, un onesto auspicio su una strada lastricata di buone intenzioni. Perché il suo pragmatico ottimismo si nutre in realtà di un’oggettiva convergenza politica fra gli schieramenti di centrosinistra e di centrodestra su tutto ciò che conta davvero. 

Elenchiamo: il rispetto dei patti europei, di tutti i patti europei, ivi compreso quel tetto al deficit del 3% che equivale ad una condanna alla disoccupazione e alla recessione; la legislazione antilavorista, che dilata il campo della precarietà, straccia i diritti, sposta il pendolo dei rapporti di forza a totale vantaggio dell’impresa e impoverisce fino all’evanescenza il sistema di protezione sociale; la riforma istituzionale, vale a dire il cambiamento della forma dello Stato da mutare in senso presidenziale, pendant di una legge elettorale che, fra soglia di sbarramento e premio di maggioranza, distrugge il principio della rappresentanza proporzionale ed esclude dal parlamento tutte le minoranze. 

Questa vastissima area di convergenza politica sopravvive ai litigi da cortile, alle finte contrapposizioni fra e dentro le parti in gioco, e si staglia sul futuro dell’Italia come una livida transizione verso la disuguaglianza sociale, la prepotenza proprietaria, l’autoritarismo. In una parola: la soppressione dell’intero impianto costituzionale.

Si tratta solo di capire se verso questo esito si scivolerà con relativa gradualità, oppure se Berlusconi, che è alla guida reale di tutto il convoglio, troverà per sé conveniente, o necessario (la conclusione dei processi a suo carico è alle porte), staccare prima la spina e precorrere i tempi, per andare ad elezioni che sgombrino il terreno da pur sempre scomode coabitazioni e gli consentano di insediarsi solitariamente sul trono patrio.

Quando il caudillo invoca la “pacificazione” nazionale, quando annuncia, maramaldeggiando, la fine della “guerra civile durata vent’anni”, evoca un conflitto che non vi è mai stato, perché la sola resistenza manifestatasi è venuta dal potere giudiziario, meno propenso ad accordargli l’impunità e la condizione di homo legibus solutus. Nessun altro intende mettergli i bastoni fra le ruote. Neppure il suo mastodontico conflitto di interessi è più un problema per il Pd, come Violante si affanna a spiegare ogni qualvolta gli si offre un microfono.
Pacificati, Pd e Pdl, lo sono già. I mal di pancia fra le file dei democrat si riducono via via a sommessi brontolii. E la cosiddetta sinistra interna, sapientemente cooptata nel governo, si accontenta di rosicchiare quell’osso.
Volete vedere che il Pidimenoelle riesce nel capolavoro di fare di Berlusconi il prossimo presidente della Repubblica (neo-presidenziale)?

 

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