Chi ha il portafoglio più gonfio, meglio si serve
di Renato Casaioli
“A Bologna lei come avrebbe votato?”, ha domandato durante la trasmissione “Faccia a Faccia” su La7, Enrico Mentana a Walter Veltroni, che ha risposto: “Come Prodi. Le famiglie devono essere lasciate libere di scegliere”. Stesso linguaggio, stessi concetti espressi dal celestissimo Formigoni. Una risposta che a me ha fatto venire l’orticaria. Le famiglie libere di Scegliere? Cosa? L’indottrinamento dei propri figli e, a questa opera, deve partecipare lo Stato con le proprie risorse finanziarie? Io sapevo di essere un cittadino della Repubblica democratica fondata sul lavoro e sui principi della laicità. Ora, questa la mia preoccupazione, dopo quella risposta, come si potrà contestare ad altre religioni di dare vita a proprie scuole, dove si impartiscono altri ordinamenti dottrinali.
La Repubblica ha l’obbligo di organizzare l’insegnamento come fattore determinante di promozione sociale. Chi vuole fare l’imprenditore scolastico è libero di farlo, ma deve sottostare ai programmi scolastici che dispone il Parlamento e soprattutto come recita l’articolo 33: “SENZA ONERI PER LO STATO”. Resto convinto che se i Diritti devono restare tali (e la scuola, come la sanità lo sono), non possono passare per il grimaldello del mercato, altrimenti si trasformano in merci e come tutte le mercanzie hanno un prezzario. E dentro questa logica, è naturale che chi ha il portafoglio più gonfio, meglio si serve. Altra cosa è permettere al volontariato, il terzo settore, che si adoperi per aiutare in questa opera di salvaguardia e sviluppo dei Diritti, lo Stato.
Il volontariato questo sì va aiutato, magari facendo una legge, che sancisca che queste espressioni solidaristiche che nascono spontanee dalla società, siano esentate dal pagare l’IMU, la nettezza urbana e altre tasse locali dalle loro sedi. Questo principio sarebbe auspicabile sia esteso anche alle sedi dei partiti, anche loro espressioni di volontariato sociale. Ecco una risposta sana al superamento del finanziamento pubblico alla politica. Purtroppo viviamo tempi in cui una grande parte della sinistra vive momenti di grande confusione ideale. Una sinistra che negli ultimi vent’anni si è fatta ammaliare dalle sirene del liberismo. Una confusione valoriale, che ha dato vita attraverso le privatizzazioni all’italiana, a delle mostruosità sociali, economiche, produttive, come il caso dell’ILVA di Taranto sta a testimoniare.
E che dire poi della privatizzazione per un verso e della rinuncia per l’altro, della ricerca scientifica. Sulla sanità poi, in questo Paese, si è giunti a permettere con i soldi pubblici (115 miliardi l’anno) una formidabile occasione di business per le cliniche private e gli ospedali pubblici, si è arrivato persino a denominarli aziende. Non lo dicono apertamente, ma oramai è una certezza, la componente del PD, che si rifà al pensiero liberale, non ha una visione Keynesiana, ma Einaudiana, ed è sempre più convinta che lo Stato sociale sia un peso, un fardello di cui liberarsi prima possibile, per far tornare a correre la locomotiva Italia. No, io resto convinto che il welfare, è la precondizione per far crescere una società in tutte le sue espressioni con quanto più equilibrio possibile. E’ l’unico modo finora conosciuto in tutta la storia dell’umanità, che ha permesso di ridistribuire la ricchezza prodotta, senza inficiare lo sviluppo dell’imprenditoria, di garantire i diritti di cittadinanza a tutti. L’incontro tra liberismo spinto e laburismo, il “lib–lab”, ha fatto fallimento. Ha generato l’attuale crisi proprio perché non ha saputo coniugare sviluppo e ridistribuzione della ricchezza. Il «Welfare State», torna ad essere di nuovo un’esigenza irrinunciabile anche per l’imprenditoria, se si vuole tornare allo spirito costituzionale, di una Repubblica fondata sul lavoro.




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