Gualdo e Rocchetta: basta chiacchiere, la parola magica è “convenzione”
Ringraziamo Riccardo Serroni per l'attenzione prestata al nostro intervento sulla questione dei canoni di concessione e delle ricadute economiche che si dovrebbero garantire alla nostra Città dall'imbottigliamento a fini di sfruttamento commerciale della nostra acqua.
La sua "interpretazione" resa sul più frequentato tra i blog cittadini è infatti viziata da molta confusione, da assenza di memoria storica rispetto a fatti peraltro molto recenti e da una scarsa conoscenza della realtà. Tale peccato d'origine che mai vorremmo pensare ispirato a malafede fa apparire la sua risposta più degna di una nota da addetto stampa del Sindaco Morroni che un contributo vero al confronto necessario per dirimere una volta per tutte l'annosa vertenza che ha così tanto fatto discutere la nostra comunità negli ultimi vent'anni. Diviene anzi l'esempio perfetto di come non ci si dovrebbe accostare alla materia e di come essa sia stata trattata molto velleitariamente e superficialmente nella nostra Città, per quanto sia stata oggetto di tante chiacchiere da bar, di tante polemiche giornalistiche ed altrettante scorribande elettorali, tanto da non far mai ottenere null'altro che un pugno di mosche.
Nella risposta di Serroni, in questo suo malizioso ed entusiastico ricordo della proposta di legge regionale di iniziativa popolare agitata da Morroni a ridosso delle scorse elezioni amministrative casca dunque l'ennesimo asino.
Innanzitutto sprovincializziamo un po’ il confronto e sgombriamo il campo della discussione dalla confusione che si fa quando si innalza a "mito", peraltro solo gualdese, la legge regionale toscana cui si è ispirata la proposta Morroni e cui pare che l'amico Serroni sia tanto affezionato. Lo facciamo senza nulla togliere allo spirito giusto con cui essa fu sottoscritta dalle centinaia di gualdesi che desiderano maggiori ricadute dell'attività di Rocchetta per la nostra comunità.
Basterebbe infatti andare sul posto od informarsi dei dati disponibili in rete o parlare direttamente coi Comuni toscani in cui insistono i prelievi e in cui sono ospiti le società di imbottigliamento per verificare quali siano stati gli effetti reali di quella legge. Noi l'abbiamo fatto e risparmiamo del tempo a chi lo volesse fare. Sul fronte enti locali versus imbottigliatori, la Toscana è infatti (quasi) l’ultima della classe: a quasi dieci anni dalla legge regionale che regola il settore, pochi Comuni hanno istituito un canone di concessione e poche aziende pagano per imbottigliare.
Le insidie ed i rischi che avevamo individuato all'epoca della presentazione della proposta Morroni fatta propria dal PDL umbro, in Toscana si sono perciò verificati solo in parte, non certo in quella che riguarda i corrispettivi da destinare ai Comuni, senz'altro in quella che attiene la proliferazione delle concessioni. Anche in Toscana, infatti, la politica di PD, PDL e centristi vari, anche nelle propaggini di gran parte delle sue "classi" dirigenti locali si è mostrata in tutto subalterna agli interessi degli imbottigliatori e poco alle ragioni di cassa degli Enti locali o alle ricadute per le comunità.
L'esempio di Vicopisano che dovrebbe servire da lezione a Gualdo non può dunque - e per niente - essere ascrivibile alle presunte mirabilie della legge regionale che la proposta Morroni vorrebbe trasferita anche all'Umbria. È, semmai, l'esatto contrario. Il Comune di Vicopisano nella sua vertenza con Acqua e Terme di Uliveto Spa ha infatti agito per ottenere di più di quello che già otteneva e quanto Gualdo non ha mai visto ottenere, non tanto in forza di una legge regionale dalle maglie larghissime e fatta apposta per giustificare il business dell'imbottigliamento con la monetizzazione di un bene comune, ma in ragione della normativa superiore e prevalente, in primis la Costituzione, ed in virtù delle convenzioni locali stipulate tra l'Ente locale e la società, appositamente stabilite perché la comunità potesse veder garantite delle ricadute grazie proprio ai cosiddetti oneri diretti ed indiretti messi a carico dell'azienda. La prima stipula così come i rinnovi di quelle convenzioni sono del tutto indipendenti e precedenti alla legge regionale. Esse risalgono al 1997, al 2000 e al 2001, la legge regionale toscana è del 2003.
Non c'è peggior sordo di chi non vuol sentire e non c'è peggior cieco di chi non vuol vedere. Ai ciechi e ai sordi di Gualdo vogliamo così ripetere le chiarissime ed inequivocabili parole del Tar toscano e soprattutto del Consiglio di Stato.
Il Tar: “Il sistema normativo è esplicito nel distinguere il ‘canone di concessione’ dagli ‘oneri diretti e indiretti’ e per questo, in sede di conferma delle concessioni non era necessario provvedere a rideterminare l’ammontare degli ‘oneri diretti e indiretti’”.
Il Consiglio di Stato: “L’acqua in sé è un bene comune, non una merce, e l’amministrazione ha il potere di esigere quel dato corrispettivo per l’uso speciale (o, come nella specie, per lo sfruttamento commerciale) del bene pubblico”.
Di fronte a questi fatti - e a queste parole chiarissime - l'apologo di Serroni ha il valore di uno "speculum principis" ed è buono solo per un po’ di propaganda, la stessa che per vent'anni si è agitata a Gualdo, con i tanti che sulla vicenda si sono masturbati senza mai arrivare al coito e al conseguente concepimento di un qualcosa che anche minimamente somigliasse a ciò che capita nella piccola città in cui ha sede la società sorella di Rocchetta.
E di fronte ai fatti che sono intervenuti in Umbria successivamente alla presentazione della legge regionale di iniziativa popolare promossa dal PDL gualdese, l'arringa di Serroni non ha altro scopo se non quello di confondere, più o meno scientemente, le acque ed offuscare la verità che invece andrebbe minuziosamente ricordata per far capire bene a tutti chi ha la responsabilità principale di una giungla in cui le società di imbottigliamento continuano a fare affari succulenti a valere su un bene di tutti con ritorni ridicoli o nulli alle comunità e previo pagamento di canoni ingiustificabilmente esigui.
Da allora, per ben due volte, infatti, il consiglio regionale dell'Umbria si è trovato a discutere e a pronunciarsi sulla materia, sempre grazie a delle proposte formulate dai gruppi di Rifondazione e dell'IDV. Relativamente alle acque minerali e termali e al settore delle attività estrattive (cave e miniere), si proponeva una riforma della fiscalità ambientale e dei diritti di concessione, prevedendo una crescita del gettito complessivamente introitato dalle casse regionali, ferma restando la concorrenzialità dei produttori umbri in termini di rapporto prezzo-qualità, e destinandolo in misura maggiore ai territori direttamente interessati dai prelievi. Per maggiore precisione e tanto per dare un'idea concreta di ciò che si discuteva, le proposte prevedevano il raddoppio dei canoni di concessione, con un prelievo pari a un millesimo di euro al litro nel caso delle acque minerali.
In entrambi i casi PDL, PD e UDC hanno sempre votato contro, dimostrando chiaramente che quando si tratta di scegliere tra i diritti dei cittadini con le aspettative dei territori e il non disturbare le lobbies economiche, non indugiano quasi mai e si sentono a loro agio nello stringersi a sudditanza dei poteri forti, anche nel caso di una misura giustissima, minima e di buon senso di cifre ridicole assolutamente sostenibili per le società, proposta senza alcuna volontà di mettere in crisi il settore ma solo di commisurare l’importo che devono pagare queste aziende con quello che è l’impatto della loro attività sul territorio e far pagare la risorsa in base a quanto ne prelevano, come si fa con i tutti i cittadini e tutte le altre attività economiche, tra l'altro.
Come risulta evidente, le chiacchiere stanno a zero: se il PDL avesse veramente voluto rispettare la volontà della sua proposta di legge di iniziativa popolare, poteva tranquillamente cominciare da qui, ovvero dalle uniche proposte concrete e più prossime allo spirito ed agli obiettivi per i quali i cittadini l'avevano sottoscritta.
Non l'ha fatto, non l'ha fatto il PD e non l'ha fatto la Monacelli, preferendo sottostare ai diktat delle Associazioni degli industriali, nell'interesse di società anche multinazionali che il più delle volte, oltre a pagare un'inezia per delle concessioni quasi gratuite che troppo somigliano a delle vere e proprie predazioni, hanno sede altrove e altrove pagano le loro tasse. Alla luce di questi fatti, la proposta del PDL è una fregatura perfetta perché è sì orientata a far gestire ai Comuni le concessioni, ma nell'attuale regime di fiscalità ambientale così come difeso da quell'inciucio, senza almeno raddoppiare i canoni, si destinerebbero loro solo degli spiccioli. Ed è una fregatura il richiamo che ad essa fa il Serroni perché omette completamente e consapevolmente la portata aggiuntiva della Convenzione che nel caso di Vicopisano rende invece possibile dei proventi di gran lunga maggiori, senza perciò stramazzare al suolo un'azienda dai profitti milionari.
Per chiarire meglio i termini della questione forniamo quest'ultima informazione. la Regione dell'Umbria ha recentemente diffuso i dati sul gettito annuale per essa derivante dai diritti di concessione: un milione e mezzo di euro di cui 100 mila destinati a tutti i Comuni in cui insistono i prelievi.
Solo il piccolo Comune di Vicopisano, per il 2012, incasserà circa 650 mila euro tra il canone e gli oneri a carico dell'azienda stabiliti nelle convenzioni locali. Non sovviene un dubbio?
Va infine precisato che tutto ciò avviene in un Paese come l'Italia, che vanta due discutibilissimi record assoluti: quello del consumo di acqua in bottiglia e quello della fiscalità di favore per chi imbottiglia.
Al nostro Paese va infatti il triste primato di essere uno tra i primi al mondo per consumi di acqua in bottiglia e il primo in Europa. Record che incide non solo sulle tasche dei consumatori, che per bere acqua in bottiglia spendono in media 200 volte quello che pagherebbero utilizzando quella (indiscutibilmente buona) di rubinetto, ma anche su quelle delle Regioni che non applicano canoni di concessione adeguati, con il risultato che un bene prezioso e limitato come l’acqua viene venduto a prezzi stracciati dalle società imbottigliatrici, smentendo peraltro proprio quell'utilizzo "speciale" delle acque minerali cui rimanda la sentenza del Consiglio di Stato nel caso di Vicopisano ed in cui si dovrebbe limitare la loro produzione ed il loro consumo, senza considerare gli ingenti danni ambientali legati a questo business.
Nel dossier recentemente prodotto da Legambiente e Altreconomia si legge: "le bottiglie di plastica da 1,5 litri impiegate sono oltre 6 miliardi, per un totale di 456mila tonnellate di petrolio utilizzato e oltre 1,2 milioni di tonnellate di CO2 emesse per produrle. A questi numeri si deve aggiungere il fatto che ancora oggi solo un terzo delle bottiglie viene avviato a riciclo, mentre i restanti due terzi continuano a finire in discarica, in un inceneritore o dispersi nell’ambiente. La grande maggioranza dei carichi, inoltre, continua a viaggiare su gomma, una della maggiori cause dell’inquinamento atmosferico, con solo il 15% delle bottiglie di acqua minerale che viaggia su ferrovia. Questo vuol dire che una bottiglia d’acqua che proviene dalle Alpi per esempio, percorre oltre 1000 km per arrivare sulle tavole pugliesi, con consumi di carburante ed emissioni di sostanze inquinanti conseguenti. Nel 2011 il mercato delle acqua in bottiglia è aumentato, passando da 186 litri per abitante nel 2010 ai 188 nel 2011, con 12350 miliardi di litri d’acqua imbottigliati in Italia. Un giro d’affari che riguarda 168 società per 304 marche diverse di acqua in bottiglia, e un bilancio complessivo di 2,25 miliardi di euro."
Di fronte ad una situazione in cui l’acqua è presente in quantità sempre più limitate, soprattutto quella di buona qualità che è sempre più rara, non possiamo permettere che ci siano delle società che prendano delle enormi quantità di questa acqua a prezzi ridicoli, per profitti ingentissimi. È per questo che una buona legge regionale di riordino della materia dovrebbe agire su due fronti: quello sì di una fiscalità più equanime, inasprendo finalmente i canoni di concessione, e di un maggior ritorno ai territori, ma anche quello di una moratoria per le concessioni e per i prelievi. Non va certo in questa direzione la proposta Morroni richiamata da Serroni e non sono andati in questa direzione gli atti concreti della forza politica da lui rappresentata. La realtà che abbiamo testè raccontato lo conferma senza timore di altre repliche o di ulteriori e fatue polemiche che servirebbero solo a prendere in giro i cittadini e a meno che gli interessi che si intendano realmente difendere non siano quelli di tutti, ma solo quelli di un'azienda che continua a prelevare con larghissime franchigie e senza alcun ritorno per Gualdo.
Ora, per quanto riguarda i compiti della Regione noi abbiamo fatto la nostra parte e continueremo a farla, nell'attesa che tutte le altre forze politiche facciano altrettanto e legiferino secondo criteri di equità e di buon senso e coerentemente alle loro ricorrenti promesse.
Ma questo non esime dall'affrontare la materia anche a livello locale, forti di quanto è successo nella cittadina toscana tra Comune ed Uliveto. La madre di tutte le battaglie gualdesi verrà vinta dall'alternativa popolare, civile e di sinistra, traendo umilmente insegnamento dall'esempio di Vicopisano. La parolina magica, la chiave di volta semplice semplice, per vincere questa battaglia è proprio Convenzione, quella che va sottoscritta tra la Città di Gualdo Tadino e Rocchetta Spa per garantire delle ricadute certe, stabili e continue per la nostra comunità. Sarà solo l'alternativa popolare, civile e di sinistra a rendere giustizia alle istanze più profonde di quei 3.458 gualdesi che in perfetta buona fede e per ragioni sacrosante misero la loro firma in calce alla proposta di legge del PDL, così incoerentemente disattesa nei fatti.
La forza del diritto è proprio nella chiarezza e nella semplicità e non c'è niente di più chiaro, di più semplice - e di più immediatamente realizzabile - che l'affermare un sacrosanto principio di equità che pattuisca: tu prendi tot dalla Città, la Città si riprende tot da te. Questo è il principio che ha trovato conforto nella prorompente - ed inappellabile - sentenza del Consiglio di Stato nel caso Vicopisano/Uliveto. Questo va fatto e questo faremo.
Tutto il resto continuerebbe a rappresentarsi in questa realtà: a Vicopisano, Comune e Acqua e Terme di Uliveto gestiscono insieme il Parco termale di Uliveto Terme; a Gualdo le Fonti della Rocchetta sono al degrado.
GIANLUCA GRACIOLINI




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