di Tommaso Montanari 

La partecipazione del presidente Zelensky al Festival di Sanremo è un piccolo dettaglio grottesco in una tragedia che ci sta palesemente sfuggendo di mano. Ed è assai significativo che la stampa di sistema dedichi molto più spazio alla discussione di quel dettaglio di quanto non ne dedichi a un vero esame di tutto il quadro a cui esso appartiene: oscurando così l’aspetto che sembra più importante, e cioè la mostruosa miopia delle leadership occidentali (che si tratti di decisori, o di osservatori). Ogni segmento della guerra viene letto come se non avesse un prima e non dovesse necessariamente avere un dopo: cioè prescindendo totalmente dalle cause, e dagli effetti. In una inversione del pregiudizio corrente, a predicare lucidità sono pacifisti e militari, mentre a parlare per slogan, brandendo la bandiera della libertà, sono le cancellerie e i giornalisti mainstream.

E così, nel dibattito sull’invio dei carri armati non è riuscita ad a entrare la domanda cruciale: ammettiamo di mandarli, e dopo che faremo? La risposta del fronte bellicista non è arrivata. Arriva, invece, una contro-domanda: “e se non li mandiamo, non vincerebbe forse Putin?”. È così fin dal 24 febbraio scorso, per ogni tornante di questo incubo che divora tutto il paese aggredito e una generazione intera di quello aggressore. E il risultato è che, via via che Putin comunque vince, dobbiamo innalzare il livello del coinvolgimento occidentale, evitando accuratamente di chiedersi quale sarà il passo successivo, e coprendo questa mancanza di analisi con l’enfasi machista della retorica della vittoria: un’enfasi che dimentica che contro una potenza nucleare non c’è vittoria, ma semmai mutua distruzione.

Uno dei pochi che, con la consueta lucidità, invece questa domanda la pone, è Lucio Caracciolo, che ha così commentato la querelle sui carri armati: “Ciò dovrebbe aprirci gli occhi sulla deriva del conflitto. Continuando lungo questo piano inclinato, prima o poi l’invio periodico e limitato di armi ai combattenti ucraini non basterà più. Bisognerà considerare l’invio di nostre truppe in Ucraina”. Cioè fare la guerra alla Russia: oppure lasciarle prendere tutta l’Ucraina. Caracciolo conclude così: “Questo bivio ‘impossibile’ si sta avvicinando, a vantaggio di Mosca. La consapevolezza dei costi umani, morali e geopolitici di un eventuale collasso di Kiev potrebbe indurre noi occidentali – americani con contorno di satelliti europei – a tentare di congelare lo scontro per il tempo necessario a inventare una convivenza pacifica fra russi e ucraini. Altrimenti ci resterà la scelta fra una catastrofe e una vergogna. Peggio: una miscela delle due”. Difficile dirlo meglio. E la via suggerita da Caracciolo è l’unica possibile: quella della diplomazia, del dialogo, del tentativo di accordo. Ricordo distintamente come nelle prime settimane della guerra noi “pacifisti” venissimo irrisi, quando di parlava di trattative, dicendo che non era quello il tempo: perché, prima di farla sedere a un tavolo, la Russia avrebbe dovuto subire delle serie perdite, ci si diceva. Ebbene, quel tempo non è venuto mai: e ora siamo costretti a innalzare costantemente il livello dello scontro, altrimenti la Russia continua a vincere. Ecco il risultato del cosiddetto realismo dei nostri governanti, dei nostri esperti: un clamoroso disastro. Ed è questo l’aspetto che mette i brividi: l’inettitudine di chi ci governa. Continuando così, se nulla cambia, arriveremo alla guerra nucleare un passo “necessario” dietro l’altro. Miopi: anzi, ciechi. E se un cieco segue un altro cieco, entrambi cadranno nell’abisso.

E allora gli stessi che oggi lo escludono categoricamente, si stringeranno nelle spalle: un minuto prima di volare via anche loro (magrissima consolazione) nel vento nucleare.

La combinazione tra mercato delle armi, interessi economici, sete di potere e pura e semplice stupidità rischia di essere quella fatale, definitiva. Del resto, non è questa la cifra vera di un tempo che corre verso la catastrofe climatica: la totale assenza di una qualsiasi lungimiranza? Inchiodati a un segmento di presente sempre più breve e immediato, non sappiamo nemmeno capire che mandare ora i carri armati significa mandare domani gli aerei, e poi le testate nucleari: e che su questa linea bisogna fermarsi, non correre a rotta di collo.

Siamo tutti stanchi e disillusi, ma è tempo di tornare a manifestare, a parlare, ad argomentare. Sappiamo su chi può contare il fronte della pace, in Italia: su Papa Francesco e un pezzo di mondo cattolico, sulla Cgil, su questo e qualche altro giornale, su pochi intellettuali liberi.

George Orwell diceva che ci vuole uno sforzo costante per vedere cosa abbiamo sotto il naso: cerchiamo di fare questo sforzo, e mostriamolo a tutti. Il bivio tra trattativa e olocausto nucleare è sempre più vicino.

Fonte: Il Fatto Quotidiano

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