di Giulia Titta.

“Ogni volta che mio figlio esce di casa ho paura. Gli dico di stare attento, di non provocare, che quelli ti ammazzano senza avere motivi. Vorrei che potesse essere libero come voi. Perché in fondo è solo questo: essere liberi nella propria terra. Quante volte avremmo voluto andare a vedere Petra in Giordania che mi dicono essere bellissima... Mi dicono che con l’autobus ci vogliono solo 3 ore da Gerico ma non possiamo... se resti fuori dalla West Bank dopo il coprifuoco ti ammazzano. Una volta avevo un permesso per andare col taxi a Gerusalemme ovest e al mio ritorno ho trovato la strada palestinese chiusa così, senza preavviso. Ho fatto il giro per l’altra strada ma anche quella era chiusa. Scattato il coprifuoco, ho nascosto l’auto in un bosco e mi sono nascosto in una scarpata, sapete, quei canali di scolo, e ci sono rimasto tutta la notte. 
[Cominciano ad arrivargli una serie di messaggi sul cellulare]
Ragazzi andiamo che hanno appena ammazzato un ragazzino qui a Betlemme. È passato davanti ai soldati israeliani urlando “Free Palestina” e gli hanno sparato in terra di nessuno. L’ambulanza palestinese per fare il giro non è arrivata in tempo ed è morto dissanguato. Andiamo via prima che scoppi un casino.
[Passando per “l’autostrada” palestinese]
Dario: “ma quella che costeggia il Muro di Separazione è una barriera elettrificata?”
Autista: “Si. Fate in fretta, fotografate tutto. Fate vedere al mondo che ci tengono come bestie, che la nostra lotta è per la libertà della nostra terra e per la nostra dignità.

Queste furono le parole del tassista, compagno di al-Fath (Al-Fatah) che la scorsa estate accompagnò me e Dario nei Territori palestinesi. In quanto oppositore politico, viveva in uno dei tanti campi della UNHCR insieme alla sua famiglia. Qualche giorno dopo il nostro incontro, davanti al nostro ostello a Gerusalemme, dopo l’ennesimo omicidio israeliano ai danni di un bambino palestinese nella parte antica di Giaffa, scoppió una piccola intifada.
Per chi non lo sapesse, “intifada” significa “rivolta” e si esercita in varie forme: dagli scioperi al boicottaggio, alle sassaiole. Pietre contro Armi da fuoco.
Ecco, ieri i cittadini palestinesi hanno manifestato contro l’apertura dell’Ambasciata americana a Gerusalemme che ha segnato il riconoscimento da parte degli Stati Uniti della città quale capitale di Israele. Un affronto non solo al diritto internazionale, ma anche alla dignità del popolo palestinese che da troppo tempo ormai subisce, nel totale silenzio delle istituzioni occidentali (alleate di quel pazzo di Trump), uno sterminio ETNICO nella più grande prigione a cielo aperto del mondo.

Guardateli bene questi “terroristi” palestinesi. 
E io che ne ho conosciuti alcuni, che ho trovato ospitalità nella loro terra martoriata, mi vergogno di essere cittadina di uno Stato alleato degli Stati Uniti d’America e silente nei confronti di quel criminale di Netanyahu.

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