di Giuseppe Castellini

Che il professor Luca Ferrucci abbia fatto bene a dimettersi da commissario dell’Adisu (Agenzia per il diritto allo studio universitario) in seguito alla vicenda degli ‘stecconi dello studentato a San Bevignate, lo dicono i fatti. Perché solo con un gesto di questo tipo, diciamo pure un ‘sacrifico’, c’era una qualche speranza che le Istituzioni umbre coinvolte sarebbero state costrette a calare la maschera e a prendere una posizione politica chiara (la famosa ‘volontà politica’) davanti ai cittadini di Perugia e non solo, che nella stragrande maggioranza sono contrari a una realizzazione incomprensibile, la quale certamente rappresenta un ‘vulnus’ al contesto ambientale e storico-culturale in cui è collocato un gioiello architettonico, artistico e storico come la chiesa di San Bevignate.

UNA SCELTA INSENSATA E UN GIOCHINO A FARLA DIVENTARE INELUTTABILE CONTRO IL QUALE SERVIVA UNA MOSSA FORTE DA ULTIMA SPIAGGIA

Una scelta che è incomprensibile anche da altri punti di vista, a cominciare dal fatto che la zona è praticamente senza servizi e che un’opera così impattante non serve proprio, anche alla luce del fatto che il numero degli studenti universitari a Perugia è precipitato. Negli ultimi anni, infatti, gli iscritti sono scesi di circa mille l’anno, calando complessivamente di circa 11mila in 10 anni, salvo un recupero del tutto parziale nell’anno accademico in corso, dovuto alla scelta dell’Ateneo di aprire alcune facoltà prima a numero chiuso. Senza contare la schizofrenia progettuale. Mentre l’iter amministrativo dei grossi ‘stecconi’ a San Bevignate andava avanti, nel contempo sulle strategie relative alle residenze per studenti universitari si puntava, oltre che sulla realizzazione dello studentato a Monteluce (riattivato come cantiere proprio da Ferrucci e che sarà consegnato a breve), sulla centralità nella ristrutturazione attuale e futura delle residenze nel centro storico, che è in sofferenza per tanti motivi. Quali studenti, insomma, si volevano e si vogliono spostare a San Bevignate nessuno lo sa e, vista la situazione degli iscritti, oggi nessuno più prova neppure a spiegarlo pubblicamente.

Ma torniamo alle dimissioni del professor Ferrucci, definite ‘incomprensibili’ dalla Regione ma che invece appaiono comprensibilissime, visto che le Istituzioni giocavano a nascondino su questo problema e, forse, ognuna sperava di ‘prendere il granchio con le mani altrui’. Contando, forse, che il granchio alla fine mordesse la mano del commissario dell’Adisu. Quest’ultimo, infatti, o non dà corso all’opera, pagando 1,2 milioni di penale alla ditta che si è aggiudicata l’appalto da 12 milioni di euro, nel qual caso il giorno dopo il prof si trova la Corte dei conti alla porta per consegnargli un avviso di garanzia per danno erariale, oppure la fa realizzare – pur considerandola un grave errore e un grave danno – candidandosi ad essere ricordato, nella storia di Perugia, come una sorta di Attila. Bruciandosi le dita, mentre quelli che questo ‘caso’ hanno provocato e quelli che non hanno fatto nulla perché fosse disinnescato per tempo se ne stanno muti nell’ombra e magari sono pronti pure - l’ipocrisia non ha mai fine – ad essere tra quelli che alzano il ditino dell’accusa.

Insomma, come abbiamo già scritto con una metafora che ha avuto fortuna, si voleva giocare a ‘tressette col morto’, una partita nella quale il ‘morto’ designato era il professor Ferrucci.

Va ricordato che, quando qualche anno fa scoppiò il caso su questa vicenda che data il suo inizio nel 2004 – le Istituzioni a parole rassicurarono i cittadini cavalcando l’onda di una vera e propria indignazione collettiva sorta nel momento in cui iniziarono primi lavori. Ma intanto l’iter della pratica andava inesorabilmente avanti, con la recente sentenza del Tar che ha dato ragione all’Adisu, che come Ente pubblico deve obbligatoriamente resistere in giudizio, indipendentemente dalle sue convinzioni, proprio perché pende il rischio di danno erariale. Insomma, l’ombra di una scelta sbagliata che si proietta negli anni e che non si è provato a fermare quando magari si poteva con più facilità. L’argine poteva essere il parere contrario della soprintendenza, che secondo i giudici del Tar – lo scrivono chiaramente nella sentenza – non ha adeguatamente motivato il proprio parere contrario alla realizzazione degli ‘stecconi’. Di più, i giudici nella sentenza usano parole severe nell’affermare l’inadeguatezza tecnica e la genericità, almeno nella loro valutazione, del parere contrario della Soprintendenza. Ancora, quest’ultima non ha proposto appello e così la sentenza del Tar è diventata definitiva.

Insomma, un pasticcio.

QUESTO CASO È UN PROBLEMA POLITICO SU CUI LE ISTITUZIONI DEBBONO CHIARIRE CONCRETAMENTE QUALE SIA LA PROPRIA VOLONTÀ POLITICA

Perché, lo ripetiamo, una cosa è certa: non si tratta di un problema tecnico e amministrativo dell’Adisu, ma è un problema politico che appartiene a tutta la città e quindi tutte a le Istituzioni: Ateneo, Comune e Regione. Ossia le Istituzioni autrici della scelta. In altre parole, la questione è politica e solo se c’è la volontà politica si possono tentare strade amministrative che, in nome dell’interesse pubblico, portino a sventare quel progetto. Altrimenti il giochetto è quello solito: far passare il tempo, andare avanti a chiacchiere e sfruttare qualche momento ‘di stanca’ della pubblica opinione per far sì che, alla fine, l’opera venga realizzata. Allargando a quel punto le braccia, in una fiera dell’ipocrisia e della smemoratezza, senza che il ceto dirigente autore di questa insensatezza paghi almeno il pegno del discredito. Insomma, ai posteri l’ardua schifezza.

Anche perché qui nessuno ha tutte le carte in regola: fu la maggioranza di centrosinistra, in consiglio comunale, ad approvare la variante al piano regolatore per permettere la realizzazione degli stecconi, e sebbene l’opposizione di centrodestra votò contro non fece però opposizione amministrativa nei 60 giorni previsti dalla legge, evitando così che la questione apparisse chiara, nella sua pesantezza, agli occhi dei cittadini di Perugia. Quanto alla Regione, l’allora giunta Lorenzetti si guardò bene dal mostrare una qualsiasi contrarietà e da Università e Adisu non arrivò neppure un babettìo. Erano gli anni ‘ruggenti’ nel quale si faceva credere agli umbri che stavamo agganciando il Centro-Nord nello sviluppo mentre invece, oggi i dati lo squadernano chiaro, perdevano ogni anno terreno. Scendevamo, ma con letizia. I danni di questi momenti di sonno collettivo si vedono purtroppo solo dopo ma non è un caso che, su quei protagonisti e su quell’epoca, la memoria dei perugini e degli umbri non sia affatto generosa. Dicevamo di voler saltare sopra un’asticella messa alta, e ci facevano credere che lo stavamo facendo, mentre in realtà all’asticella ci stavamo passando sotto, in una sorta di inganno collettivo.

Tornando agli ‘stecconi ‘ di San Bevignate, serviva insomma una mossa ‘choc’ che portasse le Istituzioni a finire di giocare al gioco dei tre cantoni e Ferrucci l’ha fatta, mettendo a nudo ‘il re’. Dopo, probabilmente, aver bussato nelle scorse settimane e negli scorsi mesi ai tre portoni e aver ricevuto risposte che, evidentemente, ha ritenuto evasive o comunque non adeguate alla situazione.

Perché, senza una scesa in campo chiara e netta delle Istituzioni, non si può neppure provare a spezzare il circuito infernale dell’iter della giustizia amministrativa: il giudice dà ragione all’Adisu e quindi conferma la liceità amministrativa dell’opera non ritenendo adeguate le motivazioni del ‘no’ della Soprintendenza, l’Adisu a quel punto è obbligata a chiedere di nuovo alla Soprintendenza il parere ambientale, la Soprintendenza lo reitera negativo, i giudici ridanno ragione all’Adisu, che richiede il parere ambientale alla Soprintendenza e così via. Con in più, oggi, in fatto che la sentenza del Tar è diventata definitiva appunto perché la Soprintendenza non si è costituita in appello davanti al Consiglio di Stato.

DIMISSSIONI INCOMPRENSIBILI? IL MURO DI GOMMA MOSTRA LE PRIME CREPE

Tanto sono ‘incomprensibili’ le dimissioni di Ferrucci che la Regione, il giorno dopo averle definite in questo modo, convoca una conferenza stampa e con l’assessore Bartolini, pur tra molte prudenza, parla di necessità di aprire un tavolo. Tanto ‘incomprensibili’ che, due giorni dopo, il sindaco di Perugia, Andrea Romizi, prende una posizione pubblica netta contro la realizzazione degli ‘stecconi’ che finisce su tutti i media.

L’UNIVERSITÀ SILENTE

Che sappia io, non ci sono stati invece chiari segnali pubblici dall’Università, il terzo attore di quello che riteniamo un pasticcio. Ma ciò non stupisce, perché l’Università da una parte invoca la propria centralità nella programmazione del futuro di Perugia chiedendo a gran voce ‘Perugia città universitaria’ (per la qual cosa c’è bisogno di una città aperta, ma anche di un’Università aperta), dall’altra si conferma l’ente pubblico più autoreferenziale dell’Umbria, tanto da essere ormai definita, negli ambienti giornalistici, la ‘Sibilla cumana’. Superata in questo, forse, dalle varie Soprintendenze, una delle quali qualche anno rispose in forma scritta al sottoscritto, che in qualità di giornalista aveva chiesto altrettanto in forma scritta di conoscere importi e ditte che si erano aggiudicate gli appalti negli ultimi anni precedenti, che tali informazioni non potevano essere fornite ai sensi di non ricordo più quale regio decreto.

Avete letto, bene, regio decreto. Che dà la misura del comico a cui le nostre Istituzioni possono arrivare, allargando sempre più il fossato – oggi diventato incommensurabile – tra Paese reale e Paese legale, con tutto quel che ne consegue in termini di fiducia nella capacità del proprio Stato di essere trasparente e aperto, visto che maneggia denari di tutti. Ovviamente riempiendosi la bocca, nei vari convegni, di parole come trasparenza, sulla quale se qualcosa (poco) è stato fatto si deve solo alle reiterate rampogne – anche queste scritte – della Commissione europea. Se fosse stato per le nostre Istituzioni, se non fosse bastato appellarsi al regio decreto (ma il Parlamento repubblicano in 70 anni non lo ha mai modificato, questo benedetto regio decreto? A nessuno è venuta mai questa insana voglia di trasparenza?), avrebbero certamente tirato fuori un decreto dell’imperatore Romolo Augustolo, non si sa mai ancora in vigore perché ancora non abrogato. Piccole astuzie di un Paese evidentemente piccolo, anzi piccino.

GETTARE LA MASCHERA

Insomma, la mossa di Ferrucci costringe le Istituzioni - come detto non tutte quelle chiamate in causa e non tutte, come visto, in maniera chiara - a ‘gettare la maschera’ dell’opportunismo e a proclamare davanti ai cittadini la propria volontà politica.

Forse non basterà a riparare un danno potenziale che va avanti dal 2004 e che meriterebbe un Premio Attila per quelli che lo idearono (prima o poi le Iene il Tapirone dovranno pur consegnarlo a qualcuno di loro) e per quelli che lo portarono avanti, certamente in buona fede ma ciò non toglie che si trattasse e si tratti di una fesseria.

NESSUNO DEGLI AUTORI E DEI ‘PROSECUTORI’ DI QUESTO PASTICCIO OSA PARLARE, CONTANO SULLA SMEMORATEZZA E SE NE STANNO NASCOSTI

Ed è un po’ strano, e un po’ avvilente, che coloro che furono protagonisti negli anni di questo ‘caso’ non dicano nulla, non prendano posizione, appaiano smemorati e nascosti, contando sulla memoria corta e sulla nebbia che solleva il tempo.

LA REGIONE RENDA UFFICIALMENTE NOTE LE 8 PAGINE DI SPIEGAZIONI CHE IL PROFESSOR FERRUCCI HA ALLEGATO ALLE SUE DIMISSIONI

Infine, non è carino da parte della Regione definire ‘incomprensibili’ le dimissioni di Ferrucci senza nel contempo rendere note ufficialmente le otto pagine allegate alle dimissioni stesse e in cui il professore spiegherebbe la ragioni della propria decisione, peraltro da quello che è trapelato senza usare toni o argomenti polemici. Oppure è meglio un altro giro di ‘nascondino’? A giocare a ‘mosca cieca’ su temi così sentiti dai cittadini non è che si faccia un figurone. Ma forse, chissà, di questo ‘figurone’ non gliene importa nulla. Come evidentemente non importa nulla a coloro che preso questa decisione, a quelli che la portarono avanti. Ci sarebbe necessità di capire, di spiegare ai cittadini, di assumersi delle responsabilità. Invece niente, silenzio. Invece quei protagonisti fanno gli ‘indiani’.

Da noi le cose si pensano, ma non si dicono. Salvo poi piangere lacrime di coccodrillo. E di ‘coccodrilli’, da quello che sembra di capire, nello stagno ce ne sono parecchi. Sembriamo diventati, ed è un vero peccato, una regione senza più qualità.

 

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