di Stefano Vinti 

I sistemi sanitari regionali sono chi più, come quello lombardo, chi meno, come quello toscano e umbro, segnati da una comune caratteristica negativa, pongo al centro del loro modo di esistere l'ospedale e il farmaco. Questo, inevitabilmente, li definisce nella sostanza a diagnosticare e a curare malattie croniche subordinando le politiche territoriali di prevenzione, di promozione della salute e dei corretti stili di vita. 
Infatti, con la pandemia sono andati, tutti in difficoltà, aldilà della 'criminale' trentennale politica di definanziamento della sanità pubblica e di comunità.
Comunque, mi sembra di poter dire che ne in Italia e tanto meno in Umbria, sia cresciuta la consapevolezza che una pandemia si ferma  con nuove e incisive politiche strategiche di medicina preventiva, costruendo percorsi alternativi e aree di quarantena per evitare che il virus penetri negli ospedali e negli ambulatori dei medici di base (che andrebbero dotati di adeguati spazi e personale infermieristico statale), e mettendo in campo un sistema di tracciamento, con personale e tecnologia adeguato, dei casi e dai contatti.
Quello che è mancato al governo è stato l'impotsi a Confindustria e alle Regioni con chiusure 'serie e prolungate', fornire sostegni adeguati a lavoratori, famiglie e imprese e soprattutto non reggere il tracciamento.
L' Umbria da questo punto di vista è uno degli esempi regionali più drammatici.
Ovviamente il governo centrale deve garantire l'approvvigionamento del vaccino, anche con uno scontro duro con le multinazionali del farmaco.
Il vaccino è un 'bene comune' e deve essere a disposizione di tutti.

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