di Alfonso Gianni

Su Repubblica Susanna Camusso se la prende con il salario minimo orario e con il reddito di cittadinanza, accusando la politica di non sapere che cosa è il lavoro. Certamente si può discutere su entrambe le cose - cui sono favorevole - ma accusarle di lesa maestà dell'autorità salariale del sindacato è cosa che non si può dire, perché a quella autorità il sindacato confederale ha in buona parte rinunciato per conto suo e da tempo. Se i salari sono bassi, come dice Draghi e ripete Camusso, la responsabilità principale è dei padroni, ma, in Italia, anche la logica della concertazione sindacale ci ha messo del suo. D'altro canto non si capisce perché un salario minimo orario dovrebbe di per sé fare venire meno il vincolo contrattuale per le imprese. Non è così nel resto d'Europa, come in Germania, dove il salario minimo orario c'è e per legge. L'attacco al contratto collettivo nazionale da parte del padronato c'è eccome, ma non è certo la rivendicazione del salario minimo orario che lo può favorire, quanto la debolezza della risposta sindacale. Ma la segretaria della Cgil non si ferma qui. Giunge persino a dare indicazioni di voto per Gori in Lombardia e per Zingaretti nel Lazio. Ove è fin troppo scoperta l'intenzione di influire nella discussione in atto in alcune forze politiche. L'autonomia del sindacato dalla politica è un bene da difendere a tutti i costi. Ma anche viceversa.

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