Per chi avesse curiosità di sapere come sono andate le cose nel giornale in cui ho lavorato fino all'altroieri, è già stata  fatta una fedele ricostruzione dell'accaduto su alcuni quotidiani online. Li ringrazio perché mi hanno risparmiato l'onere di farla a beneficio dei miei contatti fb interessati alla vicenda. Ci sono però altre cose da dire, di interesse precipuamente pubblico, che loro non sanno, non avendo vissuto da dentro la vicenda. Ma che discendono dalla coda della vicenda stessa e fanno capire come essa si sia dipanata e non sia un fenomeno improvviso, bensì di lunga gestazione. Non riguardano l'attuale compagine managerial-proprietaria. Gente che chiude un giornale in quattro mesi e mezzo si commenta da sé, e a definirla con gli aggettivi adatti si rischia pure la querela. No. Le cose da dire riguardano la lunga gestazione della fine.

 
Il Giornale dell'Umbria è stato tenuto saldamente in mano dalla vecchia proprietà fin quando i finanziamenti pubblici hanno consentito di pagare praticamente l'intero ammontare degli stipendi di chi ci lavorava. Non appena (siamo ai tempi del Governo Monti) il consistente finanziamento pubblico ai giornali editati da cooperative è stato drasticamente messo in discussione, sono cominciati i deliri. Sì, deliri. Cioè tagli indiscriminati. Indiscriminati nel senso che si è trattato di sforbiciate a caso che, come ahimé si vede dai risultati di oggi, non tenevano nel minimo conto il futuro della testata. Ne cito uno, che nella sua piccineria dà conto del livello di managerialità con cui è stata gestita la baracca: il taglio, dalla mazzetta dei giornali, di Repubblica (sì, Repubblica, quel giornale lì: il primo o il secondo più venduto in Italia), per un risparmio annuo di circa 300 euro a fronte di un bilancio che si collocava intorno a due (2) milioni. Insomma, accanto ai tagli non si è mai (ma proprio mai, eh, fidatevi) pensato allo sviluppo delle potenzialità di una testata che pure ne aveva, di potenzialità.

 
Ora: dove sta l'interesse pubblico di queste cose? Sta nel fatto che il Giornale dell'Umbria era in mano a Colacem, il più consistente gruppo imprenditoriale che opera in Umbria (tolte le multinazionali Thyssen-Krupp e Nestlé e i colossi della grande distribuzione Coop e Conad). Una delle persone più in vista di quel gruppo è attualmente presidente della fondazione bancaria più importante della regione. Ancora: una delle persone che stava seduta nel consiglio di amministrazione di quel giornale era l'attuale presidente regionale di Confindustria.

 

La domanda è: che tipo di imprenditoria è questa, che gestisce almeno una delle sue imprese solo facendo leva su assai cospicui fondi pubblici, senza guardare al di là del proprio naso e proprio per questo svignandosela in maniera niente affatto signorile non appena le circostanze chiederebbero di dare fondo invece alle qualità imprenditoriali che si dovrebbero avere?

 

È una domanda pubblica che chiederebbe una risposta pubblica. Perché parla di un tipo di imprenditoria assai diffuso, che col suo orizzonte angusto sta soffocando l'Italia e l'Europa. E ci massacra di tagli sbandierando la storiella che noi (noi, capito?) viviamo al di sopra delle nostre possibilità.

 

Fabrizio Marcucci

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