di Maria Pellegrini.

Il sepolcro di Eurisace è un monumento entrato a far parte del panorama di Roma dal 1838 quando venne alla luce durante la risistemazione della piazza di Porta Maggiore, estrema propaggine sud-orientale del colle Esquilino, decentrata rispetto al nucleo urbano. È un originale monumento, caratterizzato da un insolito motivo decorativo: cilindri inseriti sulle pareti del corpo della costruzione, regolarmente disposti su tre file nei tre lati ancora esistenti di questa struttura, che sappiamo essere stata costruita da un fornaio per accogliere le spoglie sue e di sua moglie dopo la morte. Si tratta di cilindri di travertino completamente lisci, incavati nell’interno per una profondità di circa mezzo metro, e sporgenti con un piccolo bordo. Un bizzarro ornamento che ha destato curiosità e interrogativi sul perché di quei cilindri.

L’epigrafe, leggibile ancora oggi, è ripetuta sui tre lati del sepolcro. Questa la traduzione italiana: QUESTO SEPOLCRO APPARTIENE A MARCO VIRGILIO EURISACE, FORNAIO, APPALTATORE E SUBALTERNO (sottinteso AI MAGISTRATI). Siamo dunque informati che il proprietario dal nome di origine greca - probabilmente un liberto di un certo Marco Virgilio da cui prese il nome - lavorava per lo Stato, al quale forniva i suoi prodotti, per i quali gli era stato concesso l’appalto, ma era anche sottoposto a personaggi di alto rango. Vissuto all’inizio dell’età augustea, con la sua attività di fornaio aveva raggiunto una buona posizione sociale ed economica tanto da potersi permettere le spese di un tale imponente sepolcro. La struttura, parzialmente conservata - manca il lato principale, quello che si presentava di fronte a chi entrava a Roma dalla via Labicana o dalla Prenestina - è in una zona dove erano altre tombe e gli archi degli acquedotti. Quando l’imperatore Aureliano tra il 270 ed il 275 ampliò le mura per una maggiore difesa della città, il monumento fu inglobato nelle mura e quando durante il regno di Onorio (393 - 423) furono aggiunte nuove strutture difensive il sepolcro inserito in una torre scomparve completamente.

Il monumento, riportato alla luce solo nel 1838 in occasione della demolizione delle opere aggiunte da Onorio, è costituito da un basamento in tufo e travertino sormontato da una muratura rivestita da blocchi di travertino. Nella tomba giacevano anche le spoglie della moglie del fornaio, Atistia, morta prima di lui. Il rilievo in marmo dei due coniugi, oggi conservato nei Musei Capitolini, era collocato probabilmente nella facciata che non si è conservata. Eurisace indossa una toga, Atistia una tunica coperta dalla stola. La figura dell’uomo è più ricca di dettagli, è calvo con la fronte solcata da due profonde rughe, le guance incavate; quella femminile aveva i capelli divisi nel mezzo e raccolti sulla sommità del capo. La testa fu rubata nel 1934, ma ne rimane una foto. A ulteriore conferma della professione di Eurisace, l’urna che conteneva le ceneri della moglie (ora conservata al Museo Nazionale Romano) ha la forma di una madia da pane, “panarium”, e con tale nome è ricordata anche nell’epigrafe funeraria: ATISTIA FU MIA MOGLIE, VISSE COME DONNA OTTIMA, LE SUE SPOGLIE RIPOSANO IN QUESTO PANARIO.

Il fregio ricoperto di stucco colorato, del quale al momento della scoperta erano state ritrovate tracce evidenti, scorre intorno al monumento sotto il cornicione, è scolpito con rilievi di grande interesse storico e documentario, raffiguranti le fasi di preparazioni del pane: dalla macinatura all’impasto, alla confezione di pagnotte. I misteriosi cilindri, prima ritenuti finestre forse protette da grate, o simboli di bocche di forni, sono stati infine riconosciuti come impastatrici (se ne trovano uguali tra i reperti archeologici di Pompei e Ostia) che volevano richiamare l’attività del proprietario. La scena, che si sviluppa lungo il fregio, è una narrazione dell’attività del defunto, attraverso le immagini. A occhio nudo non si vedono i particolari del fregio, visto che si trova a 7 metri di altezza dalla base, perciò ne proponiamo un’immagine.

In una scena, partendo dalla sinistra della prima sezione si vede un garzone che trasferisce il grano da un sacco con il bordo arrotolato in un altro recipiente sotto lo sguardo d’un uomo in toga, provvisto di tavoletta; seguono altri quattro uomini togati, uno seduto, dovrebbe essere il fornaio appaltatore con il quale altri tre uomini, dei funzionari dello Stato, in piedi dietro il bancone, stanno contrattando mentre un altro alle sue spalle, quello con la tavoletta registra il grano che il garzone sta misurando e travasando in un recipiente. Proseguendo si vedono le mole e due asinelli che le fanno girare per macinare il grano, e due ragazzi che scuotono un grosso setaccio per filtrare la farina che poi consegnano a un uomo.

Nella striscia sottostante c’è un’impastatrice di grandi dimensioni, arriva alla cintola del ragazzo che vi sta lavorando aiutato da un cavallo che fa ruotare un meccanismo interno. Seguono due lunghe tavole sopra le quali otto lavoranti sorvegliati da un personaggio al centro ricavano dalla pasta i pani, segue il forno dove un uomo sta infornando il pane con una lunga pala. Nella terza sezione del fregio, protagonista è il pane, la pesatura su grandi bilance, i garzoni curvi sotto il peso delle ceste, uomini che controllano il peso. Sono scene vivaci, di una Roma popolare, non rappresentano eroi di guerra né re, principi o imperatori, ma uomini del popolo che hanno saputo valorizzare il loro mestiere e giovani schiavi che lavorano per la produzione del pane, un elemento base dell’alimentazione di tutti i popoli.

Agli inizi della loro storia il pane dei romani era costituito da una polta o puls, una specie di polenta, semplice farina di farro cotta in acqua salata, un alimento popolare molto povero. Il farro fu per circa tre secoli il cereale preferito dai Romani, per migliorarne il gusto si aggiungevano delle verdure o dei legumi. Il passaggio dalla puls al pane (nel II sec. a.C.) si ebbe grazie ai greci che lo portarono a Roma. Stando a quanto racconta Plinio, fu introdotto nel 168 a. C., ad opera di alcuni schiavi catturati in Macedonia dopo la sconfitta del re Perseo. Prima di quell’epoca i romani non conoscevano il lievito, preferivano le pappe di cereali. Catone, si lamentava che i suoi concittadini avevano abbandonato in massa la dieta a base di farro per adottare il gusto greco del pane di grano. In ciò egli vedeva un allontanamento dal costume degli antenati. Si attraversò uno stadio intermedio con una specie di focaccia che si cuoceva sotto la cenere e che si mangiava con companatici diversi, successivamente si scoprì che il pane lievitato era più digeribile, più morbido e persino più gustoso. Se ne produssero vari tipi: quello scuro, popolare; quello integrale; quello quasi bianco; quello tenero. La produzione si trasferì dall’ambito familiare a quello “industriale”, ad opera di artigiani specializzati. Il nome pistores, in origine riservato ai servi adibiti a pestare in mortaio dei grani di farro, passò a designare i veri e propri fornai. Essi ottennero in seguito privilegi e perfino un contributo dallo Stato per avviare la loro attività. Crearono una propria corporazione, e giunsero a stipulare proficui contratti di fornitura del pane alle autorità, per le distribuzioni gratuite al popolo. Un fornaio, quindi, poteva anche fare fortuna come Eurisace che innalzò per sé un monumento funebre a futura eterna gloria dei fornai.

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